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dicembre 2009 – Programma SEL

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Premessa

Siamo donne e uomini che vengono dalle esperienze del socialismo europeo, del comunismo italiano, dell’ ambientalismo, del femminismo, dei movimenti d’impegno civile e sociale. Qualcuno si avvicina per la prima volta alla politica attiva, altri ritornano dopo anni di disillusione. Siamo tutti convinti che sia giunto il momento di mettere insieme le nostre storie e avanzare una nuova proposta politica per questo tempo e per questo paese.

La crisi economica ha dimostrato la fondatezza delle critiche al liberismo, la crisi ambientale ha dimostrato la validità della critica al modello di sviluppo. Eppure la sinistra che c’è mostra, soprattutto in Italia, di essere inadeguata. O perché si è limitata ad accompagnare e smorzare il vento liberista o perché ha protestato ma è rimasta chiusa nelle vecchie identità. In questo modo, mentre le disuguaglianze crescevano e la sinistra perdeva peso anzitutto tra i ceti popolari, avanzava il populismo in tutte le sue forme

Ci muove l’obiettivo di trasformare il modo di produrre e i beni da produrre, di organizzare la società e le relazioni umane, di rapportarsi con le risorse naturali. La ricchezza prodotta dall’economia capitalistica, a scapito dell’ambiente e del lavoro, non viene ridistribuita e comunque redistribuirla non basta più. Una società non consumista, un’economia ecologica e non dissipativa, una tecnologia più evoluta mettono al centro i beni comuni da salvaguardare (acqua, aria, cibo, salute, conoscenza…) e al contempo danno valore alla vita di ciascuno.

C’è bisogno di una sinistra più ambiziosa, aperta alle nuove culture critiche, capace di conservare memoria del passato e con lo sguardo rivolto al futuro. La cultura critica non è una predica sulla trasformazione del mondo, deve suggerire azioni e comportamenti coerenti. Per questo pensiamo a una sinistra per la quale le idee valgano anzitutto come comportamenti, una sinistra che non si limiti a enunciare principi nuovi ma anche un nuovo modo di viverli. Una sinistra che sappia proporsi come una comunità plurale, articolata, responsabile: non più come somma di destini personali. Solo così si può ambire a diventare una sinistra popolare.

La sinistra che vogliamo è del lavoro e dell’ambiente. La globalizzazione liberista si è retta su una doppia svalorizzazione: del lavoro umano e delle risorse naturali. La riduzione a merce provoca la rottura degli equilibri sociali e degli equilibri ambientali. L’intollerabile crescita delle diseguaglianze e gli insostenibili cambiamenti climatici hanno una comune origine e portano alla stessa risposta: un altro mondo non solo è possibile ma ,ormai, anche necessario. Dare valore e dignità al lavoro e mettere al centro l’ambiente sono una scelta sola che ricostruisce la società in modo più giusto. E dà un futuro al pianeta.

La sinistra del futuro è quella della libertà. Perché senza libertà non c’è eguaglianza. Una libertà solidale e concreta, non generica, che sappia assumere su di sé la difesa dei diritti, delle differenze, delle diversità, che miri a superare gli ostacoli economici e culturali all’autonomia della persona, al riconoscimento delle capacità e dei meriti, alla partecipazione civile e politica. L’opposto della libertà fondata sul privilegio e l’arbitrio di chi è più forte.

La laicità dello Stato è un bene non negoziabile. Uno Stato laico riconosce le forme di vita e gli orientamenti sessuali di tutte e di tutti. Si regge sul rispetto di tutte le concezioni religiose, di tutte le visioni del mondo. Combatte l’omofobia e il maschilismo. Assume dal femminismo la critica delle strutture patriarcali. Crea le condizioni sociali e istituzionali per rendere effettivi i diritti e le scelte libere di tutte e di tutti. Non vogliamo uno Stato che controlla il cittadino ma che i cittadini possano giudicare e controllare lo Stato.

L’antica aspirazione all’uguaglianza resta per un noi un punto cardine del dirsi sinistra. Essa ha alimentato anche lotte che sono state tradite dagli stessi che agivano in suo nome, ma non per questo deve cadere insieme ad essi. Al contrario a fronte delle crescenti ingiustizie essa torna di assoluta attualità. Una nuova aspirazione all’uguaglianza non può non tener conto delle culture delle differenze.

La sinistra che serve è quella della pace. La guerra minaccia l’umanità. Un mondo pieno di armi non potrà mai essere sicuro. Alla corsa spaventosa al riarmo deve seguire la stagione coraggiosa del disarmo. La pace è un valore assoluto e imprescindibile, non solo alternativa alla guerra ma costruzione di una società più giusta. La non violenza è la pratica concreta di questo valore universale.

Si ha poco da dire senza un’idea del mondo e dell’Europa. Quest’ultima è decisiva per fermare le regressioni etniche, fondamentaliste, razziste e per scrivere i nuovi principi di cittadinanza e i diritti sociali per tutti. Per questo l’Europa deve costruirsi in modo democratico, non chiudersi a fortezza rispetto ai migranti scegliere una politica economica e sociale sostenibile, diventare una potenza civile e una protagonista della pace nel mondo.

L’Italia che vogliamo è capace di stare in Europa e nel mondo con la forza della propria storia e della propria cultura. E’ l’Italia del popolo e non del populismo. E’ l’Italia della Costituzione democratica fondata sul lavoro e che ripudia la guerra. E’ l’Italia che chiede classi dirigenti che praticano la Costituzione e non mirano a sovvertirla, che contrasta fino in fondo quella forma di violenza assoluta che si chiama mafia, ‘ndrangheta, camorra. Un’Italia che smette di essere il paese campione delle disuguaglianze, delle porte chiuse in faccia ai più giovani, della rinuncia alla forza delle donne. E’ questa l’Italia per cui ci impegniamo.

Dobbiamo lavorare per una nuova stagione della democrazia, che nel nostro paese è oggi seriamente in pericolo. La democrazia serve a tutte e a tutti e ancora di più ai soggetti più deboli. Senza democrazia non c’è rappresentanza dei bisogni e dei diritti. L’aver ceduto all’idea che la “decisione” viene prima della “rappresentanza” ha tolto autorità alla politica e voce alla società. La riforma della democrazia non può prescindere da un suo allargamento a partire dal diritto di voto dei lavoratori sui contratti. Battersi per una democrazia piena impone di fare i conti con la critica femminista alla società e alla politica.

Una sinistra moderna si propone la diffusione della conoscenza in tutti i suoi aspetti. Una conoscenza alla portata di tutti, libera da condizionamenti ideologici e da interessi di mercato. L’istruzione gratuita e improntata ai principi della laicità e dell’interculturalismo è un diritto che la Repubblica deve garantire a tutti i cittadini, non solo in un breve arco della vita. Le tecnologie di diffusione del sapere e della comunicazione devono essere libere da vincoli proprietari e politici che ne limitano l’efficacia e l’accesso.

La sinistra che vogliamo essere è l’opposto di ogni chiusura ideologica e autoreferenziale. Siamo interessati al confronto con tutte le forze che si pongono il tema della trasformazione democratica del paese, disponibili alla ricerca di alleanze nella società come nelle istituzioni, pronti a impegnarci all’opposizione come al governo.

Ci aspetta un compito difficile. Ma ci sorregge la consapevolezza che in questo paese ci sono risorse umane, esperienze, passioni civili che questa sfida sapranno assumerla assieme a noi. Adesso tocca a noi. Occorre mettere da parte ogni reticenza e impegnarsi per costruire Sinistra Ecologia e Libertà aprendo a culture diverse e alla democrazia, con la saldezza dei principi e la fatica delle proposte. Sinistra Ecologia e Libertà sarà di tutti coloro che aderiranno e la faranno vivere.

Considerazioni generali

1 La crisi attuale

La crisi e la sinistra

Vogliamo partire dall’attualità, dalla crisi mondiale che stiamo attraversando, la più grave dopo il grande crack del 1929. Questa crisi, lungi dall’investire solamente la finanza, ha compromesso oltre ogni misura sostenibile i livelli occupazionali e lo status giuridico dei lavoratori, attaccando anche il sistema di garanzie dei diritti fondamentali e di partecipazione democratica alla vita pubblica. Contemporaneamente il livello di aggressione alle risorse del pianeta ha raggiunto un punto critico che richiede l’attivazione immediata e incondizionata di politiche di risanamento: crediamo fermamente che soltanto una società fondata sul lavoro, e non sulla rendita finanziaria, possa porsi l’obiettivo di migliorare in tutti i sensi la qualità della vita, salvaguardando il pianeta dal surriscaldamento e dall’inquinamento e promuovendo lo sviluppo delle energie alternative.

Non sappiamo quanto durerà questa crisi nella sua forma acuta; certo è andata in frantumi l’immagine vincente che il capitalismo, nella sua versione neoliberista, aveva saputo costruire di sé nell’ultimo quarto di secolo. Ma, come abbiamo già visto nel 1929, si può uscire da una crisi sia a destra che a sinistra. Queste due opzioni sono possibili anche adesso: molto dipenderà dall’evoluzione della crisi, dall’efficacia delle misure messe in atto dalla destra al governo ovvero dalla capacità della sinistra di avanzare proposte alternative e vincenti.

La crisi da sola non ridà forza alla sinistra, che, in particolare in Europa, è in preda a una profonda crisi d’identità, che risale alle dure sconfitte del Novecento. Nella sinistra europea avevano prevalso, in particolare negli ultimi due decenni le correnti più moderate, che avevano accettato l’idea che il capitalismo potesse diventare la condizione naturale e immutabile della vita sociale, quindi il culmine della storia. Per questo la sinistra moderata aveva accettato non solo di convivere, ma di porsi alla guida dei processi di globalizzazione. L’esplodere della crisi l’ha colta di sorpresa, spiazzata e sbilanciata a destra; la sua capacità di reazione è stata persino inferiore a quella delle forze più aggressive del capitale assai più pragmatiche.

In Europa, tranne poche eccezioni, il mondo del lavoro e i settori più deboli della società sono rimasti privi di una vera rappresentanza politica. Al loro interno sono comparsi inquietanti fenomeni di divisione e di contrapposizione, indotti dalla frammentazione sociale, dalla insicurezza e dal diffondersi di atteggiamenti xenofobi e razzisti.

Dobbiamo riconoscere che negli ultimi decenni non siamo stati capaci di far corrispondere ai nostri valori strumenti adeguati di lettura della società che intorno a noi cambiava e di avanzare le proposte appropriate per orientare questo cambiamento in modo chiaro, nella direzione di una società in cui tutti potessero trovare più equità e libertà e risposta ai loro problemi.

Le grandi difficoltà delle sinistre in Europa non possono farci dimenticare però che altrove, come nel continente latinoamericano, la sinistra sta conoscendo una nuova stagione di idee e di esperienze, anche di governo. E che, nel mondo intero, sono cresciuti movimenti di critica alla globalizzazione capitalistica che hanno dato vita a forme di lotta e di espressione da cui trarre insegnamento. E nella stessa Europa nascono nuove esperienze politiche a ricordarci che i nostri insuccessi non sono una necessità storica.

La crisi viene da lontano

Proviamo ad analizzare più in dettaglio le ragioni della crisi, proponendone una chiave di lettura che stimoli la discussione. Riteniamo che in questo momento storico si sovrappongono varie crisi (alcune più recenti, altre più antiche) che si intrecciano e si influenzano l’una con l’altra.

  • Crisi ambientale, le cui proporzioni sono inedite nella storia umana. L’attuale modo di produzione delle merci impone il consumo di risorse naturali ad un ritmo abnormemente più veloce rispetto a quello di ricostituzione delle risorse stesse, anche con l’utilizzo della migliore scienza e tecnologia disponibile, cambiando gli equilibri planetari così in pericolo la vita stessa delle future generazioni, e di molte specie animali e vegetali.
  • Crisi del modello produttivo e della finanziarizzazione del capitale. L’innovazione tecnologica è stata principalmente usata per aumentare il profitto, arrivando ad una offerta di merci che il mercato non era in grado di assorbire, anche a causa della politica di bassi salari degli ultimi trenta anni, politica resa possibile proprio dalla debolezza della sinistra. A questa sovrapposizione si è illusi di supplire con la dilatazione del credito e lo spostamento dei capitali dai settori produttivi a quelli speculativi della finanza, che alla fine hanno fatto esplodere la crisi.
  • Crisi del modello sociale, che ha portato ad un enorme ampliamento delle disuguaglianze, non solo tra i paesi poveri e quelli ricchi, ma all’interno degli uni e degli altri, facendo comparire inquietanti fenomeni di divisione e di contrapposizione.
  • Crisi della democrazia e delle istituzioni, a livello internazionale e nei singoli paesi, che ha portato le istituzioni elettive a perdere potere reale a vantaggio di forme a-democratiche o addirittura occulte, per cui l’economia ha preso il comando della politica e il mondo del lavoro e i settori più deboli della società sono rimasti senza rappresentanza politica.
  • Crisi dei partiti come luogo che concorre alla determinazione della politica della nazione, interpreti delle grandi correnti di opinione, organizzatori delle aspirazioni del popolo. Negli ultimi anni c’è stato un distacco progressivo da parte degli italiani dalla politica e dai partiti, anche da quelli di sinistra, che non vengono percepiti come molto diversi dagli altri. Quando questo avviene, la situazione diventa pericolosa perché il campo è aperto all’attività di potenze oscure rappresentate anche da uomini “provvidenziali” o carismatici.

Ricostruire la sinistra significa fornire risposte a tutte queste grandi crisi. Bisogna costruire un percorso verso una società nella quale non vi siano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’alienazione dai prodotti del proprio lavoro, il dominio maschile sulle donne, la distruzione continua e irresponsabile della natura e dell’ambiente, il soffocamento delle libertà individuali e collettive, la negazione codificata dei diritti di partecipazione e di decisione, il ricorso sistemico alla violenza e alla guerra per regolare le contraddizioni fra gli uomini e i popoli. Tutto questo non può avvenire dall’oggi al domani né crediamo che esista una società perfetta, ma pensiamo che l’umanità sia a un bivio tra un decisivo passo in avanti e uno spaventoso arretramento, con una simultanea compromissione irreparabile della vita così come l’abbiamo conosciuta sul pianeta.

La crisi ambientale, la questione dell’energia o dell’acqua, la crisi dei modi e dei rapporti di produzione e del lavoro, il ruolo crescente dell’economia della conoscenza manifestano l’inadeguatezza del capitalismo e dei suoi modelli economico-sociali a fronteggiare la questione della sostenibilità e la necessità di mettere a punto un modello di sviluppo alternativo ai guasti del neoliberismo.

Facendo leva sulla necessità di cambiare la società per fare fronte alle varie crisi dobbiamo riuscire a progettare e a costruire un mondo diverso. Siamo consapevoli della difficoltà del nostro sforzo: non si tratta di sommare culture nobili e diverse, riproducendo tentativi già falliti, ma di trovare una sintesi nuova – nei contenuti e nel modo di fare politica – che raccolga il meglio delle culture della liberazione, cui hanno dato un contributo particolarmente innovativo la cultura ecologista e quella del movimento delle donne.

Per la gravità della situazione, per l’urgenza dei problemi da risolvere, vogliamo costruire un soggetto politico autonomo ed essere capaci di concepire e praticare la nostra azione concreta nella ricerca dell’alleanza e della convergenza di obiettivi e di schieramenti con altre forze politiche, tanto nelle istituzioni quanto nella società, tanto nella lotta all’opposizione quanto nelle esperienze di governo.

2 Un nuovo modello di società e di sviluppo

La crisi economica, lo sconvolgimento climatico e la geopolitica sanguinosa dell’energia sono emergenze drammatiche che impongono un drastico cambiamento nei modelli di sviluppo economico e di vita e del bilancio dell’energia, attualmente caratterizzato dal massiccio ricorso ai combustibili fossili. Negli ultimi decenni l’innovazione tecnologica e organizzativa applicata al sistema produttivo, ha portato ad un divario crescente tra produttività e capacità di assorbimento da parte del mercato globale, anche a causa della politica dei bassi salari. Da qui lo spostamento dei capitali verso la finanza considerata più remunerativa degli investimenti produttivi, ma anche il consumo accelerato di ambiente e di risorse e la precarizzazione del lavoro, poiché la competizione internazionale, con e tra le economie emergenti, si è concentrata sulla riduzione di tutti i costi di produzione. Allo stesso tempo queste emergenze evidenziano la necessità di mutamenti radicali e rappresentano una straordinaria opportunità per restituire all’innovazione tecnologica un ruolo di vettore della produzione di qualità.

La necessità di rimodellare le finalità e l’organizzazione produttiva alla luce di queste emergenze apre una prospettiva di economia sostenibile che, nel dare risposta ai problemi del clima e dell’energia, progressivamente sposti una parte crescente delle produzioni su attività che, per il loro carattere di servizi alla collettività, non si prestino a meccanismi distruttivi.

Queste caratteristiche sono presenti nella green economy, che spazia dalle energie rinnovabili alla riqualificazione urbana, all’agricoltura pulita (il rifiuto degli Ogm, lo sviluppo del biologico, la valorizzazione della filiera corta), alla ristrutturazione delle produzioni con un uso più efficace delle risorse fisiche e il disinquinamento dei processi produttivi, alla ristrutturazione delle reti dei trasporti, all’istruzione e alla salvaguardia della salute. Dunque consente il passaggio dalla produzione di una quantità sempre crescente di merci destinate al mercato, alla produzione di qualità della vita, col rilancio della buona e piena occupazione e del ben vivere per tutti.

La riappropriazione della qualità della vita attraverso il governo del territorio, delle infrastrutture, dei beni pubblici di uso collettivo e di quelli di interesse culturale e ambientale, del ciclo alimentare e di quello dei rifiuti, rappresenta un’opzione strategica per tessere una fitta rete di alleanze sociali tra ampie fasce di ceti medi e proletari impoveriti dalla crisi, e quindi ricomporre ciò che lo sviluppo del capitalismo degli ultimi decenni ha frammentato.

Per raggiungere questi obiettivi è necessario dotarsi di nuove politiche di programmazione economica che sappiano combinare investimenti pubblici (in capitale umano, infrastrutture ecocompatibili e servizi alla popolazione) con politiche di incentivazione selettiva della produzione di qualità, rivolte precipuamente alla piccola e media impresa, che in un quadro di alleanze sociali fornisca l’accesso al credito e agli aiuti per all’innovazione tecnologica solo a chi salvaguardi l’occupazione, lo status giuridico e la salute dei lavoratori.

Infatti non tutti gli interventi pubblici sono positivi, come quelli che progettano grandi e inutili opere, o si limitano al salvataggio delle banche. L’intervento pubblico va indirizzato alla universalizzazione e alla democratiz­zazione degli istituti del welfare, quali la sanità, l’istruzione e la conoscenza, la previdenza, non solo per soddisfare i diritti dei cittadini ma anche per mettere in moto circuiti economici positivi. L’intervento pubblico è indispensabile per salvaguardare i beni comuni, non solo quelli naturali, come l’acqua, l’aria, la terra, ma anche quelli che sono il frutto dell’ingegno umano, come i farmaci essenziali o le reti di comunicazione e più in generale la cultura.

Oggi è necessario anche un’intervento pubblico diretto nell’economia produttiva, in quei settori innovativi e ricchi di potenziale occupazione che non creano profitti a breve ma costruiscono nel tempo una ricchezza per tutta la società. Questo significa qualificare la spesa pubblica, liberarla dagli sprechi e farne il volano di una nuova economia. Il che in Europa richiede il superamento degli anacronistici vincoli di Maastricht e la sostituzione del vecchio Pil con nuovi indicatori che mettano in luce i reali avanzamenti della vita civile e della valorizzazione dell’ambiente.

3 La crisi economica italiana

Negli ultimi quaranta anni l’Italia ha progressivamente abbandonato le produzioni con più alto livello tecnologico (elettronica, chimica, farmaceutica) in controtendenza con altri paesi europei.

La crisi attuale ha aggravato il preesistente declino dell’Italia, che si manifestava già con le retribuzioni più basse dei paesi dell’Europa a 15 e con risibili investimenti pubblici e privati in ricerca, scuola, università e formazione; prima della crisi il nostro era già un paese caratterizzato dall’assenza di una politica industriale, con un modello di specializzazione produttiva in affanno e da innovare, con un mercato del lavoro frammentato e una precarizzazione del lavoro che cresceva a ritmi molto sostenuti, soprattutto tra i giovani e le donne, con l’assenza di un sistema di ammortizzatori sociali universale e di reddito sociale; con l’accresciuta divisione tra Nord e Sud, con una grande economia sommersa e il lavoro nero utilizzato come suo asse portante, con una sanità pubblica costosa e spesso inefficiente, e infine con una cultura dell’illegalità diffusa e incentivata da condoni e misure ad personam.

Il governo italiano, anche sotto la pressione di Confindustria, negli anni scorsi ha pensato di utilizzare questa fase per modificare i rapporti di lavoro in senso autoritario, per giustificare l’ulteriore riduzione della protezione sociale e rendere permanente e funzionale la precarietà, per dividere il Sindacato (in particolare isolare la Cgil) negare l’autonomia contrattuale, aggredire il contratto nazionale a favore della contrattazione individuale. L’Italia è il paese che ha speso meno in materia di interventi diretti a contenere la crisi, al di sotto dell’1% del Pil. Questa politica ha finito per penalizzare anche le piccole e medie imprese e i punti di qualità e eccellenza del sistema produttivo italiano, quindi il sistema-paese nel suo complesso.

Senza una vera e propria rivoluzione culturale e radicali cambiamenti della politica economica, corriamo il rischio di uscire dalla crisi, se si uscirà, con un paese più frammentato e diseguale e con un arretramento di oltre dieci anni nel livello delle condizioni di vita.

Dunque una situazione drammatica, resa più dura dal vuoto di adeguati servizi sociali. Al contrario, la ricostruzione della coesione sociale passa anche attraverso un’attenta rivisitazione dei servizi sociali, anche inventando forme di controllo, nuclei di valutazione che coinvolgano i cittadini, dimostrando concretamente che lo stesso servizio può funzionare meglio se non gestito dai privati. Spesso infatti dietro l’inefficienza del pubblico si celano i costi della politica. La spregiudicata esternalizzazione dei servizi, senza tutela dei lavoratori, ma senza garantire neppure la qualità delle prestazioni, ha aperto le porte anche alla delinquenza organizzata.

Alcune Proposte

1 La pace prima di tutto

Il mondo

La pace è ancora la questione fondamentale del nostro tempo. Infatti caratteri essenziali dell’attuale sistema di governo dell’economia sono l’ininterrotta moltiplicazione di guerre e conflitti, l’avvitarsi della spirale guerra-terrorismo, il diffondersi di razzismi e fondamentalismi contrapposti e i rapporti iniqui tra i popoli del mondo instaurati dal colonialismo e fin qui perpetuati.

L’attuale modello economico-sociale delle relazioni internazionali si basa sull’uso della forza per imporre strategie di potere e pratiche di sistematica spoliazione che hanno affamato i popoli e messo in pericolo la stessa esistenza del pianeta. Un modello di sviluppo alternativo ai guasti del capitalismo neoliberista deve fondarsi sul rifiuto della guerra quale mezzo per attuare una nuova accumulazione, privatizzare beni comuni, sopperire alla scarsità delle attuali fonti energetiche e delle altre risorse naturali.

Le basi materiali e i presidi di autodifesa dell’attuale ordine mondiale sono la guerra, il saccheggio delle risorse, il controllo geopolitico delle zone strategiche, le spese connesse allo strapotere dell’industria militare e la produzione di sofisticatissime tecnologie che spesso orientano in una direzione bellica la ricerca scientifica, la militarizzazione dei mari e dei loro abissi, dello spazio, del cielo e della terra.

Questa cultura di spoliazione persegue in tutto il mondo la privatizzazione dei beni comuni e l’aggressione agli equilibri dell’ecosistema pianeta. Questa cultura ha portato i paesi dell’Occidente a rispondere con la guerra – addirittura mascherata da esportazione di democrazia oppure da lotta al terrorismo – alla scarsità delle attuali fonti energetiche e delle altre risorse del pianeta.

Il primato degli Usa nel mondo è fortemente scosso dai processi di crisi che abbiamo descritto e il baricentro del sistema economico mondiale si sta spostando verso la Cina. E’ decisivo che al quadro precedente non si sostituisca un duopolio o un nuovo sistema oligarchico. E’ decisivo che questa transizione avvenga in modo pacifico. Per questo bisogna garantire nuove relazioni politiche e economiche tra i paesi improntate alla pace e alla cooperazione, nel rispetto delle differenze culturali, affrontando e risolvendo il problema della fame nel mondo, un vero crimine di fronte alla enorme capacità produttiva a livello globale.

Per noi la pace è un valore assoluto e imprescindibile, non solo alternativa alla guerra ma costruzione di una società più giusta. La nonviolenza è l’altra faccia di questo valore, non un semplice codice di comportamento, ma una critica radicale del potere e una idea guida di società, anche se per alcuni di noi questo implica una decisa svolta rispetto alla proprio formazione politica.

L’Europa che vogliamo

La pace, la non-violenza e la cooperazione internazionale vanno perciò immediatamente rilanciate da politiche europee di disarmo, denuclearizzazione, riduzione delle spese militari, smantellamento di basi cosiddette “difensive”, quale quella di Vicenza, abolizione di pratiche di “scambio ineguale” con i Paesi più deboli e loro coinvolgimento in progetti comuni di sviluppo delle energie rinnovabili, nel riconoscimento della pari dignità di ognuno.

L’Europa che vogliamo è assai diversa da quella fin qui costruita. Un’Europa del lavoro, dell’ambiente, dei diritti, della pace. Siamo contro l’Europa fortezza e consideriamo il rapporto con i migranti un tema che ne qualifica la civiltà. Per questo l’Europa deve aprire le sue frontiere e consentire la libera circolazione delle persone, anche per garantire il diritto alla ricerca di lavoro. Siamo per un’Europa che lavora a un nuovo ordine mondiale multipolare. Vogliamo che l’Europa diventi una potenza civile, non militare.

E’ necessario che l’Europa assuma un ruolo di pace a partire dal Mediterraneo, per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, per la fine di guerre devastanti e inutili come quella lunghissima in Afghanistan, cui il nostro paese può dare un contributo solo con il ritiro delle proprie truppe e promuovendo una conferenza di pace sotto l’egida dell’Onu. Va riproposto con forza il superamento della Nato (è finita la divisione del mondo in blocchi contrapposti) senza ricadere nella scelta della formazione di un esercito europeo.

L’immigrazione costituisce oggi un terreno di sfida per la sopravvivenza e il rilancio in termini attuali della cultura e della stessa civiltà giuridica del vecchio continente. Occorre una cultura della contemporaneità all’altezza dei problemi del mondo globale, che rompa radicalmente non solo con razzismo xenofobia e intolleranza ma con le concezioni puramente strumentali o meramente benevole e tolleranti con cui si guarda all’immigrazione.  L’Europa, a partire dall’Italia, dove il problema ha assunto caratteri dirompenti, deve essere concepita come lo spazio per costruire una nuova cittadinanza globale, che sappia coniugare la differenza delle culture che abitano i paesi europei con il principio basilare dell’uguaglianza e iscriva nella pienezza dei diritti civili, sociali e politici, con regole certe, le donne e gli uomini che vengono dal mondo dell’immigrazione. Per far questo bisogna istituire il diritto di cittadinanza di nascita, ampliare il diritto d’asilo e riconoscere i diritti di voto ai migranti residenti.

2 Ridare valore e dignità al lavoro

La svalorizzazione del lavoro è stata sistematicamente perseguita in questi decenni, con la rottura unilaterale di quel compromesso, frutto delle lotte fra lavoro e capitale, che nei paesi avanzati aveva caratterizzato gran parte del secolo scorso. Più colpiti sono i cosiddetti soggetti deboli: precari, giovani, donne (che vedono accrescere una discriminazione mai sconfitta), migranti, lavoratori più “anziani” che ben difficilmente ritroveranno collocazione. A ciò si aggiungono le questioni scandalose della sicurezza sul lavoro e della salubrità dei luoghi di lavoro. Un ulteriore piaga sociale è l’estensione in forme nuove del caporalato, principalmente nell’agricoltura e danno dei migranti.

Le prime misure urgenti sono il blocco dei licenziamenti e la riforma, l’allargamento e il finanziamento degli ammortizzatori sociali. Ma questo non basta se non si garantisce un reddito – con l’istituzione di una retribuzione sociale o reddito minimo garantito – per affrontare la crescente disoccupazione e il precariato, nel quale si è tradotto il mito della flessibilità, a cui anche parte della sinistra aveva creduto.

La frammentazione e la contrapposizione oggi presenti nella società e nel mondo del lavoro richiedono una profonda riforma del diritto del lavoro, in particolare cancellando le normative che favoriscono il precariato, come la cosiddetta legge 30 (e i successivi decreti), ribadendo che la forma normale è il rapporto di lavoro a tempo indeterminato e l’eccezione quella a tempo determinato. Bisogna porre fine alla finzione dei vari collaboratori a tempo determinato che dipendono da un unico committente. La strada che vogliamo percorrere è esattamente contraria all’attuale. Si tratta cioè di ricomporre il mondo del lavoro, di estendere e rendere universali i diritti, a cominciare dallo statuto dei diritti dei lavoratori, di tutelare allo stesso livello il lavoro dei migranti.

L’innalzamento delle retribuzioni e delle pensioni, indispensabili per rilanciare la domanda interna e migliorare la qualità della vita deve essere perseguita con la libera contrattazione (per la quale è decisiva la difesa del contratto nazionale di lavoro) e con la determinazione di minimi pensionistici dignitosi. Ma per raggiungere questa meta è indispensabile una profonda riforma fiscale, particolarmente urgente nel nostro paese dove la tassazione delle rendite finanziarie è la metà di quella europea, spostando il peso del prelievo dal lavoro alla rendita e incrementando la fascia esente. A livello internazionale l’introduzione della Tobin tax sui flussi di capitali speculativi, pur con una minima aliquota, potrebbe costituire un fondo per interventi ambientali e sociali.

Il dramma dei morti, degli incidenti sul lavoro e delle malattie professionali va interrotto non solo applicando rigorosamente le normative in materia (europee e italiane), ma combattendo la precarietà, che di per sé è fonte di abbassamento delle tutele, intensificando e rendendo efficaci i controlli e aumentando poteri dei vari referenti alla sicurezza e alla qualità del lavoro.

La rivalorizzazione del lavoro non può essere conquistata se non si stabiliscono e applicano, anche per legge, regole democratiche sulla rappresentanza sindacale, che comprendano il diritto dei lavoratori a pronunciarsi con voto segreto sugli accordi e se non si impone il diritto di informazione sulle scelte strategiche delle imprese. Nel settore pubblico va perseguita finalizzando il lavoro della Pubblica amministrazione al soddisfacimento dei bisogni sociali, alla democratizzazione e alla universalizzazione dei servizi sociali che, se sottoposti a un reale controllo da parte degli utenti, potranno dimostrare di essere competitivi anche sul piano della qualità rispetto a quelli privati.

La rivalorizzazione del lavoro riguarda anche il lavoro autonomo, che va difeso e protetto, specialmente nelle sue forme più precarie. Il lavoro autonomo nell’artigianato e nelle piccole imprese va anche tutelato, soprattutto per quanto riguarda la semplificazione delle pratiche burocratiche, l’accesso alla innovazione tecnologica e in particolare al credito. Guardiamo alla piccola impresa con la consapevolezza di riconoscere ad essa un ruolo positivo, ma in un quadro chiaro di regole e di finalità sociali.

3 Salvare l’ambiente

La riappropriazione della qualità della vita comporta un mutamento radicale del rapporto con la natura e le sue risorse, nell’uso del territorio, nell’approvvigionamento e nel consumo di energia. Sono obiettivi che comportano il cambiamento dei nostri stili di vita. Perciò non sono demandabili solo alle politiche di buon governo, ma vanno direttamente praticati e va curata la formazione dei cittadini in questo senso.

Bisogna fermare l’uso distruttivo del territorio, la cementificazione del suolo, ripensare la mobilità dei passeggeri e delle merci che non sono affatto favorite dalla semplice moltiplicazione delle strade extraurbane (gli attuali 400.000 km di strade extraurbane non impediscono le strozzature). La questione della mobilità è un tema decisivo, visto che ormai la maggioranza dell’umanità vive nelle città.

Le grandi opere che noi proponiamo come prioritarie, a differenza di quelle volute dai governi neoliberisti e dalle grandi imprese, riguardano la difesa del suolo dalle frane, il contenimento senza cementificazione delle acque, grandi progetti di intervento antisismico, la bonifica dei siti inquinati, la diffusione delle iniziative di riciclo e smaltimento appropriato dei rifiuti, la messa in sicurezza e la valorizzazione del patrimonio paesaggistico, storico e culturale che nel nostro paese rappresenta una ricchezza invidiabile e da gestire con amore.

Nel campo dell’energia questo vuol dire sostenere la decisione dell’Unione Europea di attuare entro il 2020 la riduzione del 20% delle emissioni di CO2 mediante la riduzione del 20% dei consumi previsti, soprattutto applicando tecnologie più efficienti, e il ricorso per il 20% a fonti pulite e rinnovabili. Tale cifra può e deve essere portata in Europa da subito al 30%, se si realizza un accordo a livello mondiale sui “tre venti”, così come già votato dal parlamento europeo. E’ giusto infatti che siano i paesi industrialmente più sviluppati, che più di altri hanno sfruttato le risorse del pianeta, ad accollarsi il compito di salvarlo.

In Italia questo significa anche annullare la decisione del governo della destra di ritornare ai reattori nucleari, proprio quando questa tecnologia appare in crisi in tutto il mondo (nel nostro paese sarebbe oltretutto un’operazione del tutto antieconomica) e incapace a tutt’oggi di risolvere in maniera soddisfacente il tema dello smaltimento delle scorie, specialmente su un periodo di centomila anni. E’ invece necessario fare passi in avanti nella ricerca fondamentale sui problemi energetici.

4 La democrazia e i diritti: laicità, difesa della Costituzione, partecipazione, lotta alle mafie.

Dalla esperienza del passato abbiamo appreso che non può esserci libertà senza uguaglianza, ma è del pari impossibile avere uguaglianza senza libertà individuale e collettiva, altrimenti è inevitabile dare vita ai privilegi di odiose caste burocratiche. La garanzia dei diritti di libertà, in una società diseguale come la nostra, è necessaria affinché tutti possano vivere con dignità la propria esistenza.

L’affermazione dei diritti di cittadinanza per tutti e l’universalità dei diritti fondamentali – così come sono chiaramente riaffermati nella stessa Carta dei Diritti dell’Unione Europea – comporta la conquista piena dell’accesso certo ed efficace alla tutela della salute, all’istruzione e alla cultura, la realizzazione piena delle pari opportunità, la sconfitta di ogni forma di razzismo, di xenofobia, di omofobia, di antisemitismo, di discriminazione culturale e religiosa. Dobbiamo difendere ed estendere i diritti della persona, riconoscendo il principio che la vita è di chi la vive (testamento biologico). Gli stili di vita, le scelte procreative, gli orientamenti sessuali vanno rispettati e riconosciuti. L’attuale legge sulla procreazione assistita deve essere abrogata, le unioni civili vanno riconosciute. La laicità è un cardine della democraticità delle istituzioni ma anche dei diritti dei cittadini.

In Italia

Oggi in Italia si può parlare di una nuova emergenza democratica: le riforme elettorali più recenti hanno indebolito gli strumenti della partecipazione, hanno favorito la rinascita di pericolosi fenomeni di populismo autoritario, mentre la Carta costituzionale appare sempre più esposta ad attacchi anche da parte di esponenti delle istituzioni. Siamo di fronte ad una regressione democratica che intreccia la crisi della politica, la caduta di autorevolezza dell’etica pubblica, lo svuotamento delle istituzioni, ma anche l’impoverimento della democrazia sindacale e della partecipazione popolare. La particolare aggressività dell’attuale governo delle destre e l’accanimento nella difesa degli interessi dei suoi uomini più rappresentativi, hanno provocato una pericolosissima crisi nei rapporti tra le istituzioni, come non si conosceva dalla nascita della Repubblica, che può degenerare in un sistema compiutamente autoritario.

La piena realizzazione della nostra Costituzione, ancora largamente inattuata e tutt’altro che obsoleta, è un compito fondamentale. La migliore difesa della democrazia sta nella sua pratica continua, intrecciando le forme della democrazia diretta (nei luoghi di lavoro, di studio, nelle istituzioni del welfare) con quelle della democrazia delegata (leggi elettorali proporzionali, libera scelta dei candidati, poteri e buon funzionamento del parlamento).

Nell’attuale quadro di generale decadimento della vita pubblica, di perdita del senso del servizio ai cittadini, le istituzioni tendono a trasformansi in comitati di affari e si creano spazi per i rapporti con la criminalità organizzata. La lotta alle mafie non può quindi essere soltanto una questione di polizia, o, come si è sempre detto, di intervento sociale, ma deve essere anche una rigorosa riaffermazione del senso pieno delle istituzioni e della democrazia, che non può essere separata dalla questione morale.

Lo scenario Internazionale

Anche nello scenario internazionale è evidente la gracilità e la crisi della democrazia. Le grandi istituzioni economiche, come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio in particolare, hanno dimostrato di essere o strumenti al servizio delle politiche neoliberiste che hanno prodotto la crisi o del tutto inefficaci. Il moltiplicarsi dei vari G2,G8, G20 riproduce la tendenza all’oligarchia nel governo del mondo, mentre continua la crisi dello stato-nazione, sempre più ridotto ad allocatore di capitali, mentre si rafforzano le forme di governo, a volte occulte, delle multinazionali e dei potentati finanziari.

Va quindi rilanciato il ruolo dell’Onu, attraverso una riforma della composizione e della funzione del consiglio di sicurezza, che non può essere appannaggio delle potenze vincitrici di una guerra di oltre sessanta anni fa, né essere paralizzato dal diritto di veto. Nell’Onu, oltre al potenziamento dei compiti storicamente assegnati, vanno riportate altre essenziali funzioni, come il governo del commercio. Il ruolo degli altri organi economici va indirizzato verso la cooperazione e la diminuzione delle disuguaglianze. Vanno ristabiliti i principi di una stabilità monetaria, per eliminare una delle cause più frequenti delle crisi.

In Europa è urgente la ridiscussione dei vincoli di Maastricht, la democratizzazione del processo di costituzionalizzazione e il riequilibrio dei poteri tra Parlamento e commissione europea, a favore del primo che è un organo elettivo.

Per evitare la supremazia dei paesi più forti e la creazione di un’Europa a due velocità, bisogna attuare una corretta politica di cooperazione e coinvolgere i paesi delle aree più deboli in progetti comuni, volti ad eliminare con interventi strutturali le diseguaglianze tra i popoli (ad esempio “Il piano solare Mediterraneo”) riconoscendo a tutti la pari dignità e uscendo per sempre dalla pratica dello scambio ineguale.

5 L’istruzione pubblica è un diritto fondamentale

Un punto chiave per uscire dalla regressione economica e civile è la creazione di un sistema efficiente di formazione scolastica di base. Esso fa parte dei diritti di cittadinanza ed è un fondamentale fattore di mobilità sociale. Per questo deve essere organizzato nella struttura pubblica. Esso costituisce la base per una ristrutturazione dell’università e della ricerca assolutamente necessaria per accompagnare e sostenere la trasformazione della società. Oggi è in atto un processo teso a favorire privatizzazioni della scuola e dell’università, entro un quadro normativo che non garantisce, al di fuori della struttura pubblica, la libertà d’insegnamento e ricerca e che, dunque, non è in grado di produrre alcun effetto di eccellenza nell’ipotetica competizione tra operatori di diversa natura giuridica (spesso la competizione, se non regolamentata, viene fatta al ribasso).

La scuola pubblica ha un ruolo essenziale nel formare i giovani, nel trasmettergli i valori e le conoscenze, nel formare il loro spirito civico e critico. Una scuola di qualità ha bisogno d’insegnanti ben preparati, motivati, giustamente retribuiti e con i mezzi necessari per svolgere al meglio i loro compiti. La formazione non può essere circoscritta ad un solo periodo della vita, ma deve diventare permanente per garantire l’aggiornamento culturale e professionale dei cittadini ed il comparto pubblico dell’istruzione deve altresì svolgere la funzione di riqualificare la mano d’opera ingiustamente espulsa dal mercato del lavoro, onde consentirle nuove e appropriate opportunità di inserimento.

Il diritto allo studio va aiutato rimuovendo le cause sociali che lo inibiscono, sia attraverso forme di sostegno al reddito degli studenti post-obbligo, sia garantendo forme di partecipazione effettiva alla gestione dell’organizzazione e della vita scolastica.

Bisogna investire sul futuro, promuovendo nei fatti la ricerca, in particolare quella di base, quindi con un incremento di spesa pubblica che è particolarmente bassa nel nostro paese. Bisogna iniziare con il rispettare gli impegni presi con il trattato di Lisbona ovvero arrivare al tre percento del PIL investito in ricerca e sviluppo (adesso stiamo poco sopra l’1 per cento).

6 La libertà e l’indipendenza dell’informazione e della cultura sono l’essenza della moderna democrazia

Il monopolio dei canali privati d’informazione televisiva, a cui è legata anche buona parte della carta stampata, il controllo politico dei mezzi di comunicazione pubblici (sistema radio-televisivo) e il monopolio del sistema di raccolta pubblicitaria, che pone sotto ricatto implicito la stampa indipendente, contribuiscono in modo determinante allo svuotamento della pienezza dei diritti costituzionali, ostacolando la pluralità e l’indipendenza dell’informazione.

Questo sistema, in Italia accentuato da un clamoroso ma irrisolto conflitto di interessi, permette infatti di influenzare fortemente l’opinione pubblica, fissando l’agenda e indicando di volta in volta i protagonisti e gli antagonisti, siano essi partiti, parti della società o singoli soggetti.

Il contributo dello Stato ai piccoli giornali è cruciale per mantenere quel poco di pluralismo che ci è rimasto e non a caso vuole essere fortemente ridotto e snaturato da questo governo.

E’ necessario quindi affrontare i problemi ormai pluridecennali delle normative antitrust e stabilire l’incompatibilità tra incarichi pubblici e gestione di mezzi di comunicazione, puntando contemporaneamente a potenziare accesso e pluralismo d’offerta, con uno sguardo particolare ai nuovi mezzi di comunicazione. Nello stesso tempo, essendo la conoscenza un bene comune, vanno garantiti i finanziamenti pubblici per l’esercizio dei diritti culturali, così come va sostenuto il software libero e radicalmente mutate le norme sul copyright e sulla brevettazione.

In questo modo si possono rendere effettive le potenzialità democratiche insite nelle nuove forme di comunicazione. Il web 2.0 infatti non solo presenta resistenze maggiori ai tentativi di controllo verticale, ma permette anche una circolazione di informazioni a carattere bidirezionale, contribuendo così ad aumentare la conoscenza e la trasparenza.

7 La giustizia e la legalità sono un diritto

Uno Stato che voglia essere una casa per tutti i cittadini deve amministrare la giustizia in modo efficace. Nel nostro paese questo non avviene anche perché il governo e l’attuale maggioranza parlamentare identificano la riforma della giustizia con la protezione dell’attuale Presidente del Consiglio. Abbiamo bisogno di una riforma della giustizia che permetta, insieme, il massimo di garantismo, ma anche tempi certi e rapidi per l’espletamento dei processi penali e (cosa importantissima) civili.

Serve anche una depenalizzazione dei reati minori e del consumo delle droghe che porterebbe sollievo all’organizzazione dei processi e alla situazione carceraria che è al di là di ogni sopportazione. Bisogna riprendere la battaglia contro l’ergastolo, in nome di una concezione non afflittiva della pena, che deve invece essere finalizzata al recupero del cittadino alla vita civile. Siamo infatti per la difesa della “legge Gozzini” che attua il principio costituzionale del recupero della persona alla vita civile.

Il tema della sicurezza dei cittadini, cavallo di battaglia di tutte le destre, deve invece essere reso efficace in tutti i suoi aspetti, dalla prevenzione e repressione della grande criminalità al controllo democratico del territorio, dalle politiche di inclusione sociale e di accoglienza al perseguimento della tranquillità sociale e di una ragionevole certezza del proprio domani.

Dobbiamo anche fare fronte a nuove invasioni di criminalità organizzate, in concorrenza o in accordo, con le analoghe formazioni storicamente radicate nel nostro Paese (come la Mafia, la Camorra, la ‘Ndrangheta) e questo può essere fatto solo potenziando la tutela e l’accoglienza del singolo migrante, che spesso viene praticamente ridotto in schiavitù.

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