E allora?

[important]NB questo  articolo è una risposta che segue l’incontro del 25 luglio tra SEL-Saperi e Ferrara/Fratoianni, qui trovate un riassunto per avere un quadro.[/important]

La prima opzione è tirare una linea e procedere oltre: il lavoro da fare certo non manca e chi lo propone ha ottime delle ragioni.

Nonostante queste, non penso sia un buona idea, principalmente perché porta a replicare l’azione attuale all’infinito, ovvero gestione delle emergenze e impossibilità di affrontare problemi di sistema, destrutturazione della rappresentanza in favore di rapporti personali diretti, slittamento della funzione degli organi di un partito in un comitato elettorale. Lo dico in modo provocatoriamente personalistico: questa via può essere utile per fare da argine mentre si costruisce altro, ma presa da sola non mi tira fuori né dall’emigrazione né dalla precarietà.

 

Allora?

1) Questione rappresentanza e responsabilità.

Assumersi la responsabilità senza affermare delle conseguenze porta tecnicamente all’arbitrio: non sto cercando la fantozziana crocifissione in sala mensa, ma, in visione del congresso, dal dipartimento potrebbe (dovrebbe?) arrivare una chiara proposta in merito ai metodi delle selezioni future. Tanto più per coerenza, visto che ci siamo occupati a lungo di valutazione nell’università ed EPR e tutti noi sappiamo che una valutazione senza nessuna conseguenza è una mera perdita di tempo.

Vista l’esperienza negativa, sarebbe sensato chiedere l’applicazione di un banale vincolo: chi seleziona non deve coincidere con la platea dei selezionabili. Sembra infatti che la tentazione di considerarsi assolutamente indispensabili sia troppo forte.

In secondo luogo, chi ha organizzato la selezione fin qui non è il caso che continui a svolgere questo compito: va bene attrezzarsi per portare supporto nel lavoro parlamentare, ma la fallimentare divisione correntizia (o meglio personalistica) a difesa di pezzettini di ceto politico… su questo abbiamo dato anche troppo spazio. Basta.

Possiamo agire insieme come dipartimento per porre questi due vincoli prima in coordinamento nazionale, poi in congresso?

 

2) Questione politica: a che serve il dipartimento?

La visione di Fratoianni è chiara: c’è uno stato di cose difficilmente aggirabile, costruiamo un sistema per arginare il disastro. Ci sono emendamenti su cui si gioca la vita di migliaia di persone (docenti, ricercatori, studenti ecc.), quindi questo lavoro è sacrosanto.

Però gli ultimi decenni ci insegnano che se questo è l’unico lavoro portato avanti da un partito, non si esce dall’emergenza e nel frattempo la situazione peggiora, distruggendo ogni argine. Dovremmo quindi puntare a fare anche altro:

  • organizzare il mondo del lavoro a cui ci riferiamo, attualmente soggetto -nell’università- a ulteriormente frammentazione (non penso sia un caso),
  • costruire interlocuzione,
  • avere un progetto complessivo condiviso sin dalla formazione con chi poi dovrà viverlo,
  • coalizzare il partito con le forze fuori esterne in grado di proteggere questo progetto e di spingerlo.

In pratica, quello che stavamo già facendo, meglio di come lo si stava facendo (di errori organizzativi e materiali col senno di poi ce ne sono stati). Processo lento, ma permette di costruire una forza di trasformazione invece che di semplice contenimento.

Il problema è che, rispetto a un anno fa, ci siamo bruciati almeno in parte reputazione e credibilità, abbiamo perso per strada energie e persone preziose, non abbiamo più il “gancio” del lavoro che sarebbe stato speso in chiave di governo, il partito si mostra spesso marginale e la visione a lungo termine su cui stavamo lavorando è stata screditata dalle scelte dei nostri dirigenti, in favore di deputati -almeno fin qui- poco motivati a lavorarci.

L’interruzione non danneggia tanto l’elaborazione, che si può riprendere senza troppe difficoltà, quanto il percorso di costruzione di una coalizione di associazioni con cui speravamo di costruire una forza che promuovesse le idee costruite insieme. Quello che oggi si chiede un militante qualsiasi di una associazione -poniamo- studentesca o di ricercatori è: “perché dovrei perdere tempo con voi, quando non avete possibilità di ottenere risultati e non ho interesse a diventare parte del vostro comitato elettorale? Meglio spendere le poche energie che ho a difendere il mio lavoro/opportunità di borsa di studio qui e ora, nel mio ateneo, con azioni concrete.” Non si tratta di una speculazione teorica: domande molto simili a queste sono effettivamente state poste apertamente… e comincio a pormele anch’io.

Da qui la spirale: partito che si occupa di questioni interne correntizie –> scarso interesse nel partito da parte del mondo del lavoro –> marginalità politica e ridotta capacità di agire –> riduzione degli spazi di rappresentanza —> dirigenti ancora più avvitati a discutere solo questioni politiciste ecc. ecc. cerchio chiuso, tutti a casa.

SEL può riprendere oggi questa operazione? Perché dall’esterno dovrebbero fidarsi di un partito in cui metà del gruppo dirigente aveva (e probabilmente ha ancora) come obiettivo la fusione con il PD? A quel punto tanto vale prendere contatti con il PD stesso: sarà composto da affaristi e neo-democristiani, ma almeno si va a trattare con chi conta qualcosa.

 

In conclusione, io spero che qualcuno di voi abbia una idea su cosa fare per imporre questo cambio di direzione al gruppo dirigente. Presumibilmente anche per cambiare il gruppo dirigente.

Ci saranno le primarie per il segretario? Ove ci fossero basterebbero per provare a voltare pagina?

Il congresso di quest’anno se non si interviene con forza sarà una replica del congresso di due anni fa. Un pessimo spettacolo di accordi al ribasso. In più oggi ci sono molte energie “fresche” in meno, visto il costante abbandono/espulsione dei non allineati sia sul territorio che in contesti come quello del nostro dipartimento.

Per questo via skype ho detto in conclusione che ci vuole una “minaccia” nei confronti di chi ha potere decisionale. Il termine è improprio, meglio parlare di forze contrapposte o di azione di lobbying (se vogliamo dirlo all’americana), ma il punto è che non puoi chiedere a chi ha un potere (per quanto residuale) di farsi da parte per suo buon cuore.

SEL nasce per dare libertà di azione e di pensiero a sinistra e si è trasformata a livello di metodi e strutture in uno specchio di quell’italia che voleva trasformare. Spero che qualcuno abbia idea di come uscirne, perché al momento la tentazione di azzerare tutto e ripartire con qualcosa di nuovo che ancora non c’è è tanta: le probabilità di fallimento sarebbero il 99% e potrebbero comunque essere maggiori. Stiamo cercando di fare politica: dobbiamo farne un ragionamento non emotivo e poco retorico e cercare i mezzi più efficaci per ottenere un cambio drastico di agenda e obiettivi su scala nazionale.

minaccia

The Martian Chronicles

A beneficio di chi non c’era (e fosse interessato), sintetizzo in poche frasi le risposte ricevute nell’incontro del 25 luglio tra dipartimento SEL-Saperi e i deputati Francesco Ferrara e Nicola Fratoianni.

Ho preso qualche appunto, ma vado soprattutto a memoria, quindi spero di essere sufficientemente fedele nel riportare i concetti centrali, ma nel caso segnalate pure gli errori.

 

1) in merito alla questione della mancanza di eletti SEL che siano competenti per l’intero comparto scuola, università e ricerca (e in merito al fatto che l’unico candidato in posizione eleggibile a rappresentare questo mondo non avesse mai partecipato prima e non abbia partecipato in seguito ai lavori del partito sul tema)

Fratoianni: io non credo che in parlamento debbano andarci solo i tecnici, il ruolo dei politici è fondamentale. La mia formazione politica nasce nei movimenti studenteschi e ho tuttora continui contatti con associazioni come Link, quindi questo mondo non mi è sconosciuto. Se c’è da assumersi delle responsabilità per questa che è indicata come una mancanza comunque non mi sottraggo: io ero in coordinamento nazionale e quindi me ne assumo la responsabilità. Detto questo, che vogliamo fare? Dobbiamo guardare oltre e riprendere il lavoro interrotto.

Ferrara: nel momento in cui sono state determinate le posizioni nel listino, si è cercato di tenere conto di tutte le realtà: si tratta di un partito di dimensioni contenute e quindi non c’è materialmente spazio per una rappresentanza esaustiva. Non ci siamo resi conto che si stava creando questa mancanza specifica e nessuno in coordinamento ha sollevato apertamente la questione della rappresentanza del mondo della scuola o dell’università: ricordo che le uniche questioni sollevate riguardavano la rappresentanza di genere e generazionale, ma non altre. Volpe [rettore dell’università di Foggia, candidato in posizione eleggibile in Puglia, ma non eletto] è stato messo in listino non per rappresentare quel mondo, ma come simbolo delle buone pratiche pugliesi, per valorizzare e sottolineare l’unica nostra esperienza amministrativa regionale con Nichi Vendola.

 

2) in merito al tipo di lavoro da svolgere in futuro e la funzione del dipartimento SEL-Saperi

Fratoianni: il dipartimento va valorizzato e dobbiamo subito partire con una comunicazione più serrata, a partire dal lancio delle campagne di visibilità su alcuni temi chiave. Penso il lavoro del dipartimento sia indispensabile nel fornire un supporto al lavoro dei parlamentari e per affrontare le emergenze (e.g. emendamenti a leggi discusse in commissione) e in questo senso ci siamo organizzati dividendoci per temi tra i tre deputati in commissione alla Camera: cultura (Celeste Costantino), scuola (Giancarlo Giordano) e università (Nicola Fratoianni). La comunicazione deve quindi permettere sia la richiesta di informazioni e supporto da parte dei parlamentari, sia in direzione inversa deve consentire la rapida segnalazione di temi specifici da parte di questo mondo verso i parlamentari. Dobbiamo però considerare che non abbiamo la forza come partito di affrontare questioni organiche su ampia scala.

Questo è, in sintesi, il nucleo delle risposte ai due temi sollevati.

Un ringraziamento va a Mariateresa Di Riso, che ha pazientemente lavorato per ottenere questo chiarimento: abbiamo ottenuto la assunzione di responsabilità da parte dell’ex coordinamento nazionale SEL, pur mitigata dall’idea che non si potesse fare altrimenti. Prima delle elezioni questa spiegazione avrebbe forse contribuito ad un clima migliore, ma pur con 5 mesi di ritardo è utile a capire.

[notice]A margine, qualche tweet [/notice]

Frattweet

Plan B

L’impressione è che siamo in tanti fermi allo stesso punto.

Anni di lavoro più o meno collaterale o integrato nei partiti del (centro)sinistra -in varie sigle ed etichette, mutazioni e fusioni a freddo o a caldo, di facciata o concrete- hanno prodotto pochi successi spesso effimeri, suprattutto a livello locale o con i referenda, ma un generale fallimento nel passo decisivo della rappresentanza istituzionale a livello nazionale: ignorato il lavoro di organizzazione o di studio proposto nei territori o sul lavoro, siamo diventati nostro malgrado il volto di una operazione di eterna tutela di un ceto politico esausto.

Risultato: l’austerity è ancora e sempre l’unica ricetta proposta e applicata per uscire dalla crisi e noi finiamo sempre più precari e sempre più disoccupati, privi di forza perché isolati.

Per cui la domanda -non nuova- da porsi è se c’è una via d’uscita.

Possiamo trasformare i partiti attuali da comitati elettorali a strutture di costruzione di rappresentanza e quindi uscire dalla marginalità politica, avere finalmente uno strumento che promuove l’organizzazione di chi non ha forza invece di esserne il semplice testimone (quando va bene)?

Il punto non è aggirabile: se vogliamo portare a casa dei risultati politici tangibili,i partiti devono funzionare. Le opzioni sono semplici: da un lato la tentazione distruttiva di buttar via tutto, con nuovo partito (oddio un altro!?!) e dall’altro la tentazione frustrante (pessimismo e fastidio!) che l’unica via realistica sia cercare di “aggiustare” i partiti esistenti, nei congressi, appoggiando il candidato X o Y e sperando che questo non rappresenti solo un cambio di volto nella preservazione di metodi ed agende ormai consolidate da troppi anni (e.g. Renzi e la simpatica sostituzione di un apparato vecchio con un’altro identico ma più giovane).

Servono dei vincoli: il potere di selezione va restituito ai molti e sottratto ai pochi funzionari -per evitare l’autopreservazione- e la determinazione di metodi ed obiettivi deve essere plurale e partecipata, per acquisire forza.

In questo senso, a prescindere dal partito di riferimento, se abbiamo tutti lo stesso problema, conviene lavorarci insieme: dobbiamo cercare un mezzo per trasformare i partiti o dobbiamo accettare il fatto che questi siano ormai irrimediabilmente disfunzionali e quindi intraprendere la strada della formazione di un nuovo partito. Non si sfugge: o una opzione, o l’altra… oppure rassegniamoci alla fuga (possibilmente molto lontano: com’è la Kamchakta in questa stagione?).

Negli ultimi 15 anni ci sono già stati altri tentativi di influenzare i partiti e modificarne gli assetti: sono falliti e ci si è trovati senza una alternativa. Per questo è il caso di partire direttamente con un “piano B”: strutturare un nuovo partito serve in parte per un valore coercitivo (la minaccia di una rottura nella speranza che basti a determinare un cambiamento), in parte per realismo: meglio avere aperte varie opzioni.

Non so se questa è una ipotesi realistica o meno, ma magari è il caso di parlarne apertamente e cercare delle soluzioni insieme.

 Bad water

Just saying…

(articolo scritto il 22 aprile 2013, online dal 18 giugno 2013)

La autoassolutaria analisi post voto effettuata dalla dirigenza SEL e molte delle mosse che in questi giorni si intuiscono dalle dichiarazioni a mezzo stampa ricordano un grottesco “Mission Accomplished!”.

Il dubbio è che la missione da compiere non fosse poi così chiara o che ad un certo punto ne sia subentrata un’altra caratterizzata di profilo più misero. Da qui quindi vogliamo partire: cercare di ricordare quale missione si fosse posta SEL, per capire se l’obiettivo sia statao raggiunto e per attribuire responsabilità pari al potere decisionale esercitato, un atto che in Italia e nelle dinamiche di partito sembra quasi rivoluzionario.

Questo era il nostro orizzonte condiviso, appena 2 anni fa:

Ma vincere che significa a sinistra? Significa sostituire un ceto dirigente con un altro? O significa costruire una interferenza attiva tra la politica e la vita per cui è la persona che oggi è collocata nell’area lavoro-mai che pensa di aver vinto perché forse si cambia pagina, si cambia prospettiva e ritorna una domanda di futuro che è stata negata, cancellata in questi anni! […] Noi ci battiamo per un mondo nuovo per cambiare la politica italiana e cambiare l’italia per far vivere nella politica il segno di una grande speranza!” (dal discorso di chiusura di Nichi Vendola)

Al di là della retorica, questi temi centrali si sono manifestati tanto nelle primarie quanto, con alterne fortune, nelle politiche delle successive amministrazioni: l’idea era quella di usare il mezzo delle primarie per imporre rinnovamento delle classi dirigenti, forzare tutto il corpo del centrosinistra ad adottare una agenda e delle politiche improntate ad un nuovo welfare, ampliare il coinvolgimento e la partecipazione -soprattutto delle generazioni più giovani-.

Qualcosa è andato storto nell’ultimo anno: a partire dal percorso delle primarie per il leader di coalizione, fino alla gestione delle liste SEL (diventate consolidamento delle strutture e impermeabili al rinnovamento di volti e temi), la successiva campagna elettorale e la gestione dei rapporti con reti ed associazioni, questo periodo segna la fine del valore di rottura che SEL aveva assunto nei confronti dell’establishment e un generale arretramento nel senso della sua missione.

Il coinvolgimento è diminuito, la spinta al cambiamento è stata assunta prima da Renzi come elemento anti-apparato e poi dal Movimento5Stelle. SEL invece si è ritagliata un ruolo via via più marginale, guidata dalla paura di fallire il nuovo più concreto obiettivo di “rientrare in Parlamento”, un obiettivo che, quando non perseguito come fine strumentale, diventa banale tutela di una pezzo di ceto politico residuale e prefigura un ruolo di politica testimoniale. Ovvero, esattamente quello che si voleva evitare.

A chi oggi propone una critica viene rivolta l’accusa di proteggere degli interessi personali. Ci vuole del coraggio o scarso senso del ridicolo ad usare questo argomento: tutte le campagne dal 2010 in poi sono state basate sull’assunto che vi erano dei “sepolcri imbiancati” che per basso calcolo politicista ostacolavano il cambiamento opponendosi di fatto a quelle figure che lo rappresentavano. E’ ironico pensare che oggi chi ha lottato con successo in questa direzione favorendo politiche di sinistra e ampia partecipazione stia maldestramente tentando di imbiancare il sepolcro che si è creato per renderlo più piacevole alla vista. La realtà è che sono interessi personali, ma vanno intesi in senso ampio, nel senso della nostra vita vissuta in un Paese che ha smesso di fornire opportunità di lavoro dignitose ormai da molti anni.

Siamo quindi nelle secche: la nave che doveva prendere il largo (per restare nelle metafore spesso usate nel primo congresso) si è arresa al piccolo cabotaggio e la attuale -ipotetica?- fuga verso un PD esausto e con poche idee o verso un altro soggetto ipotetico di cui non si capiscono i confini, non lascia presagire un percorso correttivo per il futuro. Persa la missione per cui il partito era nato, ogni alchimia diventa possibile.


Scambio di mail con un consigliere regionale toscano (SEL)

Riporto qui di seguito uno scambio di mail avvenuto sulla mailing-list pubblica “SEL-Saperi”.

Il giorno 15 aprile 2013 17:30, Mauro Romanelli <mauroverde@yahoo.com> ha scritto:

COMUNICATO STAMPA, firenze 15 aprile 2013

Decreto Profumo sul diritto allo studio. Romanelli (SEL): “Perché un Ministro ormai scaduto continua a intervenire pesantemente sui diritti degli studenti?”. Positivo l’ennesimo rinvio in Stato-Regioni, ora però si lasci campo al prossimo Governo.

“Per fortuna – dichiara il Consigliere Regionale di Sinistra Ecologia e Libertà Mauro Romanelli – le Regioni hanno chiesto nuove verifiche sul decreto del Ministro Profumo che cancellerebbe quasi del tutto il fondo integrativo per il diritto allo studio universitario e introdurrebbe nuovi e discriminanti criteri per l’accesso alle borse di studio”.
“Sulla questione ero già intervenuto sollecitando positivamente la Regione Toscana che da subito si è opposta a questa improvvida iniziativa di un Governo ormai scaduto, se non per l’ordinaria amministrazione”. “Il ridimensionamento complessivo del numero degli aventi diritto e dell’importo delle borse, quando le famiglie sono affaticate dalla crisi e in un Paese già fanalino di coda in questo campo, è una scelta miope e scorretta nel metodo”.
“In Europa è tutta un’altra musica, si ha consapevolezza che dalla formazione passa il futuro economico di una nazione e, per esempio, un paese come la Germania ha allargato recentemente sia la cerchia degli aventi diritto, che l’entità delle borse di studio, dando la possibilità di ottenere il contributo anche agli apprendisti presso istituti superiori per la formazione professionale e presso le accademie”.
“Penso dunque che su questo tema il nostro Paese deve cambiare passo e certamente l’improvvido protagonismo di un Ministro scaduto non aiuta. Si lasci la palla al prossimo Governo, sperando sia un po’ più sensibile” – termina Romanelli

 

Il giorno 15 aprile 2013 17:42, Vincenzo G. Fiore <vincenzo.g.fiore@gmail.com> ha scritto:

Caro Mauro,
questa è una mailing list pensata per favorire discussione ed approfondimento su temi specifici, non è un luogo di autopromozione.
Da inizio febbraio, quando sei entrato in questa lista, hai inviato otto email, tutti comunicati stampa, tutti inviati a liste multiple: non so come la prendano sulle altre liste, ma su questa a me sembra un comportamento ai limiti dello spam.
Vincenzo

 

Il giorno 15 aprile 2013 17:58, Mauro Romanelli <mauroverde@yahoo.com> ha scritto:

 

Essendo una lista di Sel immaginavo facesse piacere conoscere le posizioni di un consigliere regionale di sel tra l’altro attinenti al tema.
Quando non si comunica non c’è trasparenza. Quando si comunica è autopromozione. Non se ne fa mai una giusta.
Sei il coordinatore della lista? Se questo è l’orientamento, smetto di mandare i comunicati, ci mancherebbe.
Ci limiteremo al confronto, non so su cosa, sinceramente, visto che parlare di quello che faccio nel mio ruolo mi è impedito.
E visto che di questo confronto e approfondimento da quando sono in questa lista ho visto poca traccia.
Comunque fatemi sapere una risposta definitiva sul tema.
ciao

 

Il giorno 15 aprile 2013 18:48, Vincenzo G. Fiore <vincenzo.g.fiore@gmail.com> ha scritto:

Se avessi inviato anche qualcos altro, oltre i comunicati, mi sarei ben guardato dal puntualizzare questa cosa.
Sei il consigliere regionale di SEL? Hai organizzato incontri proponendo ai membri di questa lista di partecipare o proponendoci relazioni a riguardo e chiedendoci di contribuire? hai coinvolto in altri modi qualcuna delle competenze qui presenti per elaborare progetti o analisi a livello territoriale o nazionale? Hai lavorato per diffondere le analisi qui presentate o sei intervenuto nel dibattito sui temi sollevati (e.g. nel libro bianco, quaderni di scuola)?
Diciamolo senza giri di parole, la tua è una posizione privilegiata, per cui le critiche fanno parte del mestiere: restiamo nel merito delle cose e facciamoci un favore.
Il punto è molto semplice: dalla tua posizione, in tre mesi di lavoro sarebbe stato possibile riuscire a lavorare su molti temi e comunicare questo lavoro, incentivando la partecipazione e valorizzando i molti temi già elaborati. Questo sarebbe stato un comportamento perfettamente centrato con le motivazioni per cui questa lista è nata.
Dici che questa lista è morente? Vero. Tanto per capirci su come distribuire le responsabilità quando le cose non funzionano, prendi in considerazione il fatto che una lista come questa vive quando i rappresentanti istituzionali di SEL sanno farla vivere dandole ossigeno e valorizzando le idee che in questa vengono espresse, certamente la sua vita non dipende dall’abilità di un ricercatore ignoto di una qualche università del mondo di scrivere in merito alla riforma vorrebbe.
Della politica testimoniale, personalmente, sono assai stanco: le pacche sulle spalle al giovane precario o senza lavoro hanno fatto il loro tempo, per cui, adesso hai due alternative:
1) Dimostri che io ho torto e che in effetti questo tuo ultimo comunicato è un valido contributo alla politica di SEL, alla discussione in questo gruppo, alla partecipazione, alla trasparenza o a qualsiasi altra cosa di connesso alla politica del partito.
2) Ammetti di avere sbagliato.
Buona giornata,
Vinc.

 

Il giorno 16 aprile 2013 00:16, Mauro Romanelli <mauroverde@yahoo.com> ha scritto:

Da quando sono in questa lista cioè da pochissimo non ho intravisto alcun dibattito, altrimenti ci avrei partecipato, se capace e se avessi avuto qualcosa da dire.
Credevo e credo che sia utile per chi sta in sel conoscere il lavoro di un consigliere regionale di sel, anche per diffonderlo e per fare un po’ di sana propaganda (siamo o no un partito?), o per commentarlo, criticarlo ecc.
In questo senso certo, penso che un comunicato, che comporta comunque uno schierarsi, e comunque contiene una notizia, sia più che utile alla discussione, che si alimenta anche di informazioni, e un comunicato è indubbiamente un’informazione.
Per il resto se sarò coinvolto in discussioni sarò lieto di parteciparvi e se si ritiene che ci siano dei temi da trattare in convegni, iniziative, riunioni, seminari, approfondimenti o tutto quanto può essere utile valorizzando le competenze presenti in questa lista (che non mi sono note), sono ovviamente a disposizione.
Siamo compagni di partito, se si possono fare cose insieme a me farà solo piacere.

 

Il giorno 16 aprile 2013 10:47, Vincenzo G. Fiore <vincenzo.g.fiore@gmail.com> ha scritto:

Capisco,
per cui è parteciperai in futuro, se coinvolto, se qualcun altro inizierà una discussione in cui dovessi avere qualcosa da dire. Un atteggiamento che, se provenisse da un militante qualsiasi, sarebbe lecito considerare poco proattivo, ma visto che proviene da un consigliere che (mi sembra di capire) si occupa (anche?) dei temi di università, scuola e ricerca, penso sia lecito considerare come scoraggiante.
Sei entrato in questa lista a febbraio, con uno sforzo estremamente ridotto avresti potuto (dovuto) informarti a riguardo dei materiali prodotti dal partito di cui fai parte sui temi di cui mi sembra ti stia occupando
Mi vengono in mente tre modi, li elenco qui in ordine crescente di efficacia:
1) andando a vedere la pagina dedicata a questa ML
https://groups.google.com/forum/?hl=it&fromgroups#!forum/SEL-saperi
2) andando a vedere la pagina dedicata al dipartimento SEL-Saperi e scaricando i materiali conclusivi, se non i documenti di elaborazione intermedia
http://sel-saperi.org/
3) chiedendo ai componenti di questa lista di segnalarti i documenti appropriati già prodotti e segnalando i temi sui quali tu stessi lavorando per formare eventuali gruppi di lavoro più o meno allargati (virtuali o fisici).

In ogni caso avresti *dovuto* segnalare tu direttamente il tuo lavoro tematico, una calendarizzazione almeno a 6 mesi di appuntamenti anche solo informali di incontro a livello territoriale se pertinente con i temi qui trattati ed è tua responsabilità chiedere chi ci fosse in questa lista sul tuo territorio e quali fossero le competenze di queste persone.
Tutto questo sarebbe stato possibile con una singola email in cui ti fossi anche presentato, con un tuo profilo per chi non ti conosce (io per esempio non ti conosco affatto).
Il tutto con meno di un’ora di tempo impiegato e potenziale vantaggio sia per il partito che per il tuo lavoro, oltre che in termini di propaganda (visto che la chiami in causa) dato che molti iscritti stanno seriamente prendendo in considerazione l’idea di mollare SEL al tiste e misero destino che le viene disegnato dalla sua lungimirante dirigenza.

Nel corso dei due mesi successivi inoltre, impiegando circa un’ora alla settimana del tuo tempo, avresti potuto chiedere che ti venissero segnalate esperienze di lavoro positive su tutto il territorio italiano, discutendo brevemente quelle giudicate più interessanti o chiedendo chiarimenti dove necessario.
Con un costo di tempo ulteriore avresti potuto infine fare da apripista proponendo tu stesso progetti sperimentali da applicare in toscana o condividere quelli già avviati e pertinenti con i temi di questa lista, mostrandone pregi e difetti perché possano essere tentati anche altrove.
Tutto questo avrebbe reso la lista attiva. Sottolineo un passaggio che evidentemente è sfuggito in precedenza: se gli organismi di discussione e analisi politica tematica non funzionano e si fermano, la responsabilità va assegnata a partire da chi ha potere decisionale, per cui tra me, oscuro militante, e te, consigliere provinciale che si occupa di questi temi, a chi diamo maggiori responsabilità?
Avresti potuto fare tutto questo, suponendo che il tuo interesse ad entrare in questa lista fosse quello di sfruttarne le eventuali idee e competenze e incrementare la partecipazione interna al partito.
Oppure avresti potuto inviarci dei comunicati stampa in cui commenti decisioni prese da altri e che non richiedono nessun genere di commento da parte nostra e non consentono alcuna forma di contributo. Viene il dubbio che ti sia iscritto a questa ML con lo scopo di fare propaganda: in effetti lo ammesso così candidamente che non vorrei farla sembrare una illazione personale.
Dato che non credo nessuno possa seriamente pensare di fare propaganda per SEL all’interno di una lista di iscritti SEL, devo dedurne che la propaganda fosse per te stesso all’interno di SEL, da qui l’accusa di usare la lista per autopromozione.

Mi scuso per la lunghezza della mail, ma penso sia il caso di essere chiari, per evitare fraintendimenti. Preavviso che questa discussione via mail sarà presto online su social network (incluse le eventuali risposte).

Vinc.

 

Il giorno 16 aprile 2013 13:43, Mauro Romanelli <mauroverde@yahoo.com> ha scritto:

Riguardo alla propaganda, intendevo che può essere utile ai militanti di Sel conoscere l’attività del Consigliere Regionale Toscano (che deve occuparsi di tutto, in quanto unico Consigliere, e che si occupa anche di Università, Scuola, ecc, in quanto componente della Commissione Cultura), al fine di propagandarla all’esterno.
Se uno non conosce l’esistenza di un’attività, come può propagandarla? Per te questa è autopromozione. Ne prendo atto, devo dire con stupore, e anche un pochino offeso, detto con franchezza. Prima di diventare Consigliere Regionale, ho fatto quindici anni di militanza, e sinceramente avrei gradito molto fruire di un lavoro di comunicazione intenso e puntuale da parte dei miei eletti di riferimento, esattamente ai fini di propagandare, ohibò, le idee del partito all’esterno.
Sul resto, senza dubitare della tua buona fede, spero ti renda conto di quanto suoni solo un tantino provocatorio questo dettagliato promemoria su quello che avrei dovuto fare per essere un membro perfetto e ineccepibile di questa mailing list. Io invece mi ero proprio iscritto per mandare i miei comunicati, lo confesso. Proprio ed esattamente per tale motivo, sperando ed anzi essendo persino sicuro che ciò fosse utile e gradito.
Se si può fare di più, sono pienamente a disposizione. Sono contattato continuamente da militanti di Sel, ai quali cerco di dimostrarmi sempre disponibile, nei limiti della mia resistenza fisica e del tempo a disposizione poichè ti assicuro che non lavoro poco e ho giornate totalmente occupate. Sinceramente nessuno si è mai lamentato o si è mai sognato di prescrivermi tutto quel dettagliato promemoria di azioni che tu chiami pro-attive, e a proposito delle quali ti pregherei di fornirmi un esempio concreto, magari indicandomi qualche eletto, a qualsiasi livello, di Sel o di qualsiasi altra forza politica, in Toscana, in Italia o nel mondo, che se ne sia fatto carico.
Trovamene uno, per favore, che abbia fatto in qualsiasi contesto qualcosa di simile a quello che hai detto te, o al quale sia stato prescritto o richiesto, per iscriversi ad una lista, una tale sfilza di compiti.
Agli eletti, a tutti gli eletti, si chiede di far conoscere quello che fanno e di essere a disposizione. Faccio politica da quasi vent’anni, e sinceramente agli eletti è stato sempre richiesto questo, e ti garantisco che una polemica simile non mi era mai capitata. E me ne sono capitate tante.
Comunque, se mi trovi un esempio concreto, mi adeguerò. Altrimenti, continuerò molto banalmente a mandare i miei comunicati stampa, a meno che non venga deciso di escludermi dalla lista, e ad essere disponibile a riunioni, iniziative, scambi di idee, e tutto quello che serve. Se vuoi considerare questo un invito pro-attivo, fallo pure. Essere disponibile o invitare, poco cambia. Diciamo allora che vi invito a vederci, scambiare idee, rendermi partecipe delle competenze presenti in questa lista. Detta così forse sembra un atteggiamento meno passivo.
Se invece sarò espulso dalla lista, prego chi fosse interessato alla attività di Sel nel Consiglio Regionale della Toscana di contattarmi in privato.

ciao a tutti

 

Il giorno 16 aprile 2013 17:23, Vincenzo G. Fiore <vincenzo.g.fiore@gmail.com> ha scritto:

Caro Mauro,
Per cominciare ti ringrazio per questa conversazione pubblica, la maggior parte dei consiglieri regionali avrebbe tagliato corto e evitato di rispondere, temo.
Io di anni di militanza sulle spalle ne ho circa 20, avendo iniziato con i movimenti studenteschi a 14 anni, per cui siamo entrambi di lunga esperienza e non bisogna offedersi, nonostante qualche sottointeso poco cordiale. Continuiamo quindi su un percorso civile sperando non si tratti di una spirale autodistruttiva…
Provo a rispondere ai punti sollevati:

1) Conoscere l’esistenza di una attività portata avanti da un consigliere regionale e poter contribuire sarebbe per questa lista e per il dipartimento SEL-Saperi la classica manna dal cielo (come per qualsiasi circolo o gruppo di discussione di un partito), ma questa discussione parte in seguito ad un tuo comunicato su quanto detto da Profumo: non rientra nella categorie “informazione su attività” a cui si possa partecipare. Per carità, anche i commenti vanno bene, ma resta la differenza tra la comunicazione di attività in corso (con possibilità di interazione qualsiasi) e resoconti privi di possibilità di interazione.
2) quella lista di azioni ovviamente non costituiscono prerequisito per iscriversi alla mailing list SEL-Saperi, ma questo era chiaro a tutti, quindi presumo tu lo scriva per far sembrare la mia mail paradossale o stupida. Quella lista rappresenta dei passi che avrebbero permesso (nel caso fossi stato interessato) di avere accesso a quei contenuti che sottolinei non aver visto in questa mailing list da quando hai deciso di farne parte.
Perché avresti dovuto voler accedere a questi contenuti?
SEL, il partito di cui facciamo entrambi parte, ma che tu rappresenti istituzionalmente, ha elaborato molte proposte in merito ai temi di cui ti occupi: so che hai lavorato (perché da quando è iniziata questa conversazione in molti mi scrivono in privato) sul reddito indiretto studentesco, questo è un tema ed un lavoro che su questa lista avrebbe trovato molto spazio e tanto terreno fertile per arricchirsi.
Uno dei contributi più validi in questo campo a livello nazionale arriva proprio dai compagni toscani presenti in questa lista. Sei in contatto con alcuni di loro (con chi?), ma non sappiamo se state collaborando a qualcosa di specifico, se è possibile aiutare e quali dei progetti qui elaborati siano in fase di attuazione. Questo è il genere di informazioni sarebbe molto utile potessero arrivare in questa lista, perché permetterebbero agli altri iscritti di vedere che il loro lavoro non viene regolarmente ignorato e buttato alle ortiche come potrebbe sembrare, ma al contrario valorizzato da chi riveste incarichi istituzionali.
3) Penso che la tua richiesta di avere qualche nome fosse provocatoria: un politico che nello svolgere la sua azione si rivolga ai circoli/sezioni, assemblee e gruppi più o meno ristretti di lavoro composti da militanti o si rivolga ai dipartimenti del proprio partito (come in questo caso) per avere idee ed elaborati… non ci vedo niente di straordinario. Il problema in SEL se mai è che questo comportamento non sia sistemico ma affidato alla buona volontà della singola persona (e infatti… 3% e un solo consigliere in varie regioni, non è mica un caso).
4) Detto tutto questo, iscriversi alla mailing list ufficiale del dipartimento SEL-Saperi con lo scopo principale o unico di rilanciare comunicati *potrebbe* facilmente far immaginare che l’unico contributo attribuito a chi si trova in questa lista sia quello di fare cassa da risonanza.

Se questo fosse vero l’opinione che si ha della lista e delle persone, dei militanti e del loro lungo e complesso lavoro *sarebbe* mortificante, tanto da innescare reazioni non amichevoli.
Chi lavora in questo dipartimento vorrebbe semplicemente vedere il lavoro fatto per il partito (non il mio personale, quello di tutti) quantomeno discusso quando non fosse possibile metterlo in pratica. Diciamolo chiaramente, non è chiedere la luna.
Per questi motivi ribadisco che, per via del tuo ruolo, non devi aspettare di essere invitato da noi (e chi poi?), ma devi proporre tu occasioni di incontro e dibattito, diffondendo notizie a riguardo non di decisioni prese, ma di problemi da risolvere, coinvolgendo le persone e chiedendo loro di collaborare prima che sia presa una decisione, per portare a casa un risultato più forte perché partecipato. Questa lista serve a coordinare idee altrimenti sparse, creare collaborazioni tra i militanti competenti su questi temi e la politica istituzionale: non è un canale di informazione unidirezionale.
Il dipartimento Saperi ha lavorato per due anni e le proposte sviluppate qui sono diventate parte del programma per le primarie e per le politiche. Non è stata una passeggiata e non abbiamo scritto quelle parole per una pacca sulla spalla o come manifesto delle buone intenzioni.
Lo abbiamo fatto per vedere poi i nostri rappresentanti lavorare per realizzare questo programma. Personalmente non chiedo niente più che questo.

Vinc.

….

Se ci saranno altre lettere le aggiungerò qui di seguito. Intanto, se volete sapere qual è la mia reazione a tutto questo, è più o meno questa qui:

House Negro (wannabe?)

Quando si fa autocritica succede di frequente: chi prende decisioni resta dov’è, facendo autocritica per tutti e distribuendo ecumenicamente le responsabilità tra chi ha potere decisionale e chi non lo ha: “noi tuttiabbiamo sbagliato a fare X o Y. Non avevamo compreso, tutti insieme, ma adesso abbiamo un percorso chiaro davanti: non è il momento di dividerci, è il momento di lottare insieme”.

E’ un discorso che ha la sua presa, le sue ragioni, ci si uniforma senza entusiasmi, con senso di responsabilità. Le cose vanno male e dato che vanno male, non è il momento di mettere in discussione la “leadership”. Dopotutto non si è protestato quando le decisioni sono state prese, quindi adesso che senso avrebbe? Protestare con il senno di poi sarebbe chiaramente strumentale: si mostrerebbe di essere mossi da un sentimento di rivalsa, non da alte considerazioni ideali. Certo, è vero: quando le cose andavano bene si era deciso di restare coesi, per responsabilità, sempre lei. Se tutto va bene, non è il caso di rompere l’incantesimo. Se hai a cuore il progetto, se vuoi farne parte, in effetti, non disturbare chi sta in alto: bisogna collaborare.

Eccoci lì, quindi, tutti insieme nello stesso calderone (chi è responsabile delle decisioni prese e chi no), ci siamo arrivati per strade diverse e per ragioni diverse, adesso condividiamo. L’alternativa, si sa, non conviene. In Italia in particolare mostrare pensieri indipendenti è pericoloso: lo è sul posto di lavoro, lo è nell’amministrazione pubblica, lo è nel settore privato dell’impresa, nelle università, figuriamoci nei partiti. L’Italia ha organizzato ormai tutto il Paese intorno alla selezione di soggetti funzionali alla conservazione di chi seleziona: un tempo si sarebbe detto alla conservazione del potere, piccolo o grande che sia, ma quello prevede una visione più di sistema, più istituzionalizzata. Qui si tratta proprio di Pinco Pallino che vuole restare dove sta. Per sempre. Come il Papa… anzi, più del Papa.

Tutto questo sistema si regge su un cardine fondamentale: il nome di questo cardine è ricattabilità. Non critico il mio capo se da lui dipende il rinnovo del mio contratto trimestrale, non fornisco idee nuove se queste non sono in linea con quanto fissato da chi comanda, non mi espongo sottolineando chi abbia preso le eventuali decisioni sbagliate se so che ne ricaverò solo un danno.

Ho partecipato anche io al gioco: i motivi possono essere tanti, a posteriori anche razionalmente impeccabili, altruisti, “alti”, ma in fondo è sempre una questione di paura.

Paura di vedere bruciato un progetto che si vorrebbe vedere arrivare in porto, paura di parlare al momento “sbagliato” minando il percorso tuo proprio o di chi ti viene (anche impropriamente) collegato: dopotutto questo progetto a cui si è lavorato tanto, questo percorso di cui si vuole avere cura non valgono forse un rospo ingoiato una volta in più? Il punto sono le idee, non l’orgoglio personale, per cui anzi, bisogna esporsi di più, nascondere sotto il tappeto ciò che si ritiene sbagliato e improprio e guardare al quadro d’insieme e anche quello, meglio se di sfuggita.

Così, mano a mano che si va avanti, la responsabilità viene caricata sulle spalle di chi non conta un cazzo e tolta dalle spalle di chi decide. Chi ci mette le energie e la faccia e chi ne trae i frutti, chi si consuma e chi si preserva. Non è mai stata una scelta, si sta banalmente cedendo ad un ricatto. Nella trattativa c’è una parte forte e c’è una parte debole. C’è chi lo subisce e chi lo pratica. Chi ha qualcosa da perdere -o pensa di averla- e chi decide cosa andrà perso e da chi.

Come se niente fosse, si passa dalla rivoluzione permanente alla preservazione perpetua: si possono forse dare responsabilità al ricattato? Sì, un po’. Molte meno di quelle che vanno date al ricattatore.

Dove la porti tutta quell’acqua?

Nelle università italiane i precari vengono tenuti buoni in due modi: 1) promettendo loro un futuro migliore, un giorno se fanno tutto ciò che gli si dice nei momenti che contano e 2) escludendo chi non sia perfettamente organico, chi cerchi la propria strada autonomamente. Noi precari chiniamo la testa “sono fortunato: faccio un lavoro bellissimo e mi pagano!”, sperando che si tratti di un periodo, ma quel periodo diventa un decennio in un soffio e nel frattempo chi ha in mano quel destino pensa principalmente a tutelare se stesso e ciò che lo circonda, selezionando chi è particolarmente utile allo scopo.
Alla lunga il sistema collassa, ma se hai 60 anni e pensi di essere indispensabile, il tuo obiettivo è tutelare solo te stesso: dopo di te, il diluvio, quindi non importa quanto bravo/a possa essere chi c’è dopo. Certo, ci sono eccezioni, ma il punto è proprio questo: le eccezioni sono gli unici elementi positivi, la norma invece è quella suicida, che ha una prospettiva corta, che esclude invece di includere, che genera rabbia e sconforto, che sfrutta e non valorizza il lavoro migliore, che assegna tutte le responsabilità a chi non ha potere decisionale e sottrae responsabilità a chi ha potere.

SEL in questi giorni sta portando avanti una operazione assai simile: come nelle università, qualche eccezione c’è, come nelle università è il sistema di controllo del potere quello che va smontato, altrimenti c’è poco da fare.

Vendola ripete lo scherzetto che aveva fatto in Puglia nel 2010. Una volta si può sbagliare, la seconda si dimostra la propria incapacità e debolezza. L’operazione è particolarmente triste perché arriva da chi aveva promesso a più riprese rinnovamento di idee e metodi, “un nuovo vocabolario”. In ultima analisi tutto questo casino si risolve nella tutela di un po’ di ceto politico, contornato da alcune persone per bene che “agiscono la politica” con gli schemi di qualche decennio fa e qualche elemento della “società civile” (sui quali, prima di esprimere un giudizio, mi informo: in particolare sul rettore di Foggia… un rettore: di questi tempi, parto prevenuto).

“Dobbiamo essere responsabili e non protestare”, dobbiamo continuare a portare acqua. Dopotutto, non ci sono forse anche le primarie? Candidati che si mettono in gioco per un numero di posti ignoto (presumibilmente circa 50-70, a fronte dei 24 blindati nel listino), in due settimane! Mi chiedo quanti elettori informati riesca a mobilitare SEL e mi chiedo, se non ci riesce, che genere di scontro tra strutture territoriali ha in mente il partito?

Salvo eccezioni, come sopra. Per SEL ambivo a qualcosa di più che qualche lodevole eccezione.

NB: Sono oltre due anni ormai che collaboro al dipartimento SEL-Saperi e che contribuisco con i miei sforzi a quel progetto ambizioso che ha il nome di TILT. Tra meno di 10 giorni emigrerò, perché mi hanno offerto un contratto triennale a Londra, quindi questa non è una lamentatio personale, ma una considerazione su quanto sia doloroso andarsi a schiantare contro un muro di gomma e quanto sia difficile, a volte, rialzarsi.

Note a margine: “do the math”

Quando i sostenitori di Barack Obama questa notte avevano appena iniziato a festeggiare, hanno ricevuto dal rieletto presidente USA un messaggio di ringraziamento che recitava più o meno così “Voglio che tu sappia che [quanto è successo] non è stato determinato dal destino o dal caso: sei stato tu a renderlo possibile.”
Certo, in parte una frase di circostanza, ma solo in parte.

Per capirlo a pieno bisogna tornare a settembre, quando Sheldon Adelson (oscuro -in Italia- miliardario proprietario di Casinò) dichiarò di essere disposto a donare 100 milioni di dollari o qualsiasi cifra necessaria a Mitt Romney per permettergli di vincere le elezioni presidenziali. La cifra poi nei fatti è scesa a “soli” 20 milioni (entrambi i coniugi Adelson ne hanno versati 10) ai quali si sono aggiunti altri sostenitori ultra milionari (l’unico altro versamento da 10 milioni è arrivato da Bob Perry, un costruttore di Houston).
Cosa ha spinto questi miliardari ad avere un amore così acceso per le politiche di Romney, è facile intuirlo: secondo il centro studi “Center for American Progress Action Fund” (che non nasconde le sue simpatie liberal, ma non per questo è meno affidabile), Adelson con le politiche promesse da Romney avrebbe risparmiato circa 2 miliardi di $ di tasse. Quindi 20 milioni sono un investimento, per quanto rischioso, in obblgazioni che possono rendere fino a 100 volte la cifra.

La risposta di Obama è stata quella del “grassroot”: in poche parole migliaia di piccole donazioni (56% sotto i 200 $). A queste, si è aggiunto il lavoro di altre migliaia di volontari (volantinaggi, telefonate, organizzazione eventi ecc.).
Qui i conti del Washington Post sui finanziamenti dei due candidati.
http://www.washingtonpost.com/wp-srv/special/politics/campaign-finance/

Questa piccola storia parla -anche- all’Italia, dato che  al di qua dell’atlantico la situazione non è poi tanto diversa: l’economia, gli interessi finanziari, i giochi di potere, questi sono certamente in scala ridotta. Non sono in scala invece le conseguenze delle politiche sulla vita di ognuno di noi comuni mortali.
La differenza tra una politica che prevede la patrimoniale e una che invece ammicca alla finanza speculativa o alle “grandi opere” è ben chiara nella mente di chi muove miliardi, tanto che -in scala- si mobilita anche per le primarie. La lotta di classe dei padroni (per dirla con Ascanio Celestini).

La nostra risposta dovrà essere altrettanto forte ed efficace.

Femminicidio. Alle radici della violenza

In Italia, chi parla di femminicidio attira facilmente reazioni che vanno dal fastidio, all’irritazione a forme di violenza verbale, soprattutto se chi ne parla è lo stesso genere femminile (chiedetelo alle autrici del blog femminismo a sud).
Leitmotiv e presupposto apparentemente convincente di queste risposte è nella considerazione che un omicidio è sempre un crimine, a prescindere dal genere della persona colpita. E’ sempre da condannare -dicono-, ma non si capisce perché attribuire uno status speciale alla donna, quando questo costituirebbe un ostacolo alla stessa uguaglianza dei diritti che si persegue.

Nel migliore dei casi, questa è una tesi ingenua. Si pretende infatti di cancellare dinamiche e moventi che caratterizzano ogni crimine e tanto più l’omicidio (su queste basi si distinguono l’omicidio volontario, preterintenzionale o colposo) e per il quale sono riconosciute varie tipologie di aggravanti in pressoché ogni ordinamento giuridico.

L’aggressione violenta di una donna è infatti spesso innescata -nella mente di chi colpisce- dallo status ontologico che alla donna è attribuito: si aggredisce la donna per quello che è, non per qualcosa che abbia fatto. In questo senso la violenza verso il genere femminile non ha un equivalente simmetrico nei confronti del genere maschile, così come non si è mai sentito di una persona aggredita perché eterosessuale o (in Italia) di un “bianco caucasico” (nel senso politicamente corretto di derivazione anglofona) aggredito e ucciso perché riconosciuto come tale.Caratteristica comune in questi casi è dunque l’esercizio del dominio, esercitato come possesso di una persona, di un luogo e del potere di imporre un codice di comportamento: un dominio che si esprime sia tramite la violenza fisica (il femminicidio è la classica punta di un iceberg), sia in multiformi versioni di violenza psicologica.
Tuttavia, non è qui interessante entrare nelle logiche psicologiche del singolo caso: è invece importante chiedersi quanto sia radicata la cultura del dominio maschile, perché vi sia una forte resistenza a riconoscerla e infine che fare per abbatterla.

Un indice dello stato disastroso in cui versa l’Italia dal punto di vista della discriminazione di genere ci è stato dato pochi giorni fa dall’ISTAT in alcuni numeri che non ammettono replica (qui un breve estratto di dati su Repubblica ). Non si tratta di una componente marginale della popolazione italiana, al contrario, si tratta di un fenomeno esteso, sistemico, parte integrante della società intera e presumibilmente non separabile da essa: stiamo parlando di alcuni milioni di cittadine italiane, le cui scelte sono vincolate, prive di indipendenza economica e di fatto con libertà limitata.

Né è possibile ridurre il dominio maschile alla sola violenza o al solo fattore di controllo economico. Non è necessario scomodare la biopolitica: è sufficiente affacciarsi sui dati riguardanti la presenza femminile in ruoli che implichino un potere decisionale. A titolo di esempio, basti ricordare che le donne nelle università italiane rappresentano il 51,8 % dei ricercatori, ma solo il 17,7 % di professori ordinari. Solo per carità di Patria evitiamo di nominare la composizione di Parlamento e Governo nelle ultime legislature.
La struttura della società italiana ha tra i suoi elementi essenziali la discriminazione e la violenza di genere, un tratto che alcuni fanno risalire in termini culturali all’egemonia della Chiesa così come strutturata a partire da Sant’Agostino (tra le altre cose, noto misogino) e che di sicuro è oggi preservato con efficacia dai mezzi di comunicazione che ai generi attribuiscono ruoli e valori stereotipati facilmente identificabili.

Qui il cerchio si chiude: l’impermeabilità della società si mostra non solo nei confronti della possibilità di prendere delle contromisure reali, ma anche rispetto alla sola ammissione dell’esistenza di un problema legato al fenomeno, una caratteristica che ha la sua manifestazione più esplicita nella diffusa scelta del silenzio di fronte alla violenza a cui si è assistito o che si è subita in prima persona.
Senza voler ricorrere ad una rappresentazione grottesca della società come di un unico agente consapevole che si difende dagli attacchi “esterni”, è sufficiente prendere in considerazione la lezione che ci arriva dagli ultimi venti anni di psicologia sociale, basati -anche- su simulazione di agenti artificiali: anche quando questi si muovano in base a regole proprie e non si coordinino in modo esplicito, emergeranno comportamenti collettivi complessi che tenderanno ad un equilibrio più o meno robusto. Un equilibrio che il Sistema tenderà a non abbandonare.
Detto in termini più classici, un sistema di potere egemonico preserva e riproduce se stesso, resistendo ad ogni forma di cambiamento.

Come è possibile quindi vincere questa battaglia? Questo è il problema più importante da affrontare. Due indicazioni possiamo ricavarle dalla storia recente del nostro Paese: non è un caso se i maggiori avanzamenti in senso giuridico sul tema in questione (si pensi ai temi dell’aborto, del divorzio, dello stupro come reato contro la persona piuttosto che contro la morale, del delitto d’onore ecc.) siano avvenuti in contesti nei quali si è messo in discussione l’assetto complessivo della società italiana. Simmetricamente, il periodo di peggior degrado lo si è avuto negli ultimi venti anni, in concomitanza con il generale deterioramento della libertà di espressione, la rappresentazione mediatica e politica del ruolo e il corpo della donna, l’aumento delle politiche xenofobe e omofobe, la precarizzazione selvaggia del lavoro, la svalutazione delle istituzioni legate all’istruzione, per citare alcuni elementi particolarmente evidenti.

Quindi: 1) non si può affrontare un solo tratto distintivo di questo sistema ignorando gli altri e come conseguenza 2) non si può portare un cambiamento senza innescare una rottura con una parte della società. L’unità nazionale di fronte a temi fondanti della società può infatti solo conseguire lo scopo di preservare l’esistente.

Il punto di equilibrio esistente deve quindi essere affrontato andando a colpire la maggior parte dei tratti essenziali -se non tutti- caratterizzanti la forma di dominio che ne rende possibile la stabilità. Allo stesso tempo (e non in una fase successiva alla messa in crisi del sistema esistente) bisogna spingere il sistema verso un diverso punto di equilibrio, anche questo costituito da una serie eterogenea di tratti distintivi. Una ipotesi questa che si contrappone ad una rappresentazione della società basata su un unico cardine (rapporti economici, contratto giuridico, sovrastrutture e strutture ecc.) ma che trae origine invece dalle rappresentazioni multi-nodali proprie delle strutture a rete non uniformi.

Quale che sia il modello della società di riferimento, l’obiettivo resta quello di un atto politico complesso: un conflitto (che non implica necessariamente la violenza delle pratiche, anzi!) e non una mera questione tecnica o giuridica.

 

Apparso per la prima volta il 28 maggio 2012 su http://www.articolo21.org/2012/05/femminicidio-alle-radici-della-violenza/

Valori Legali

Il 17 aprile è partito il controsondaggio sul valore legale laurea, promosso dalle Assemblee nazionali Università bene comune e Scuola bene comune.

Da circa tre settimane è stata aperta la consultazione pubblica on-line del MIUR sul tema del “valore legale del titolo di studio” (VLTS): l’oggetto della questione, il valore legale della laurea in particolare sembra essere il bersaglio privilegiato della grande (?) stampa e di Governi tecnici e di vario colore politico, ma i motivi forniti sono offensivi per il buon senso e l’intelligenza comune.

Come rilevato tra gli altri nella relazione conclusiva dell’indagine conoscitiva svolta dalla Settima Commissione del Senato  è chiaro come non sia possibile in un processo di integrazione europea eliminare il VLTS, a meno di non concepire contemporaneamente un ente sovranazionale che possa attribuire un qualche punteggio (con che criteri?) a tutte le lauree di qualsiasi istituto e università europei, in modo da garantire la attuale mobilità dei cittadini europei all’interno delle università e in ambito lavorativo. Allo stesso modo è imbarazzante sostenere che la certificazione delle competenze di un singolo individuo (quando si parla di accesso alle categorie professionali) solo sulla base di un esame sia più efficace della valutazione attuale basata sia su un esame ad hoc, sia su un intero curriculum di studi (e spesso anche di un lungo periodo di formazione e tirocinio).

Fuori dal mondo infine le affermazioni di chi sostiene che l’abrogazione del VLTS sia necessaria per la libera selezione dei privati, dato che già oggi questi sono legittimati, se lo desiderano, a ignorare i titoli e basare unicamente le selezioni sul colloquio o sulla reputazione di una università o altro luogo in cui il candidato si sia formato.

Il punto quindi è un altro: l’ipotesi reale su cui si lavora è quella della eliminazione del valore del voto di laurea, certificando l’incapacità dello Stato nel garantire alti ed uniformi livelli formativi nelle proprie università. La conseguente parametrizzazione del valore di una laurea (che avrà come unico ambito i concorsi pubblici), porterà a squilibrare le domande di iscrizione nelle università: questo scenario si affianca alla eliminazione del tetto sulla tassazione nei confronti degli studenti. In poche parole, poche università ben valutate (ANVUR), caratterizzate da tasse molto alte: una formazione prevalentemente tecnica e appannaggio dei ricchi.

Questo scenario non è contrario solamente alla giustizia sociale come disegnata dalla nostra Carta Costituzionale, è anche uno scenario miope che ci relegherà come Paese ad un declino sempre più rapido in termini sociali, economici, politici e ovviamente culturali.

TILT considera questo come uno dei punti strategici delle proprie battaglie. Le mire reazionarie della politica dominante non ci spingeranno comunque a diventare conservatori: costruiremo uno Stato che non si tiri indietro dalle sfide poste dal mondo, che garantisca alti livelli di formazione diffusa, con titoli di studio a garanzia di una qualità elevata di conoscenze in ogni disciplina in cui vengano conseguite.

Il tutto con buona pace per Einaudi.

 

Articolo apparso per la prima volta qui: http://www.tiltcamp.it/articoli/controsondaggio-sul-valore-legale-della-laurea/

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