Estensione del dominio (della lotta?)

L’esclusione dalla partecipazione ai processi democratici genera frustrazione: la frustrazione condivisa e diffusa è pericolosa. Non è possibile prevedere in cosa possa confluire, specialmente in Italia.

Il sistematico degrado delle condizioni di vita generali e la perdita di prospettive di miglioramento futuro sono esasperati in questi anni dalla ostentata occupazione da parte dei poteri forti, con ogni mezzo lecito e illecito, di ogni posizione residuale di controllo. A questa condizione si aggiunge il comportamento di chi avrebbe il compito di opporsi e invece viene visto trasformarsi in un clone più debole del potere dominante, tramite la replica del modello di organizzazione.

Un intero apparato di personaggi decadenti o in decadenza, generalmente riconosciuti come contraddistinti dall’unica caratteristica di essere portatori di legami personali, ricattabili e comunque servili e che quindi non possano ostacolare il tentativo ossessivo da parte dei pochi al comando di conservare la propria posizione. La costruzione di un potere omogeneo intorno ad una singola figura diventa il fine e non più un mezzo: un fine che impone da solo ideologia e visione del futuro, lasciando che l’unica cosa egemonica sia ormai il potere in quanto tale.

Da qui rabbia e violenza anti-sistema, non a caso esplose in vari Paesi d’Europa, con vari gradi di intensità, secondo le culture locali. Di certo è interessante che nel nostro Paese la miccia possa essere accesa anche da chi detiene il potere, ma ciò che conta qui non è l’ultimo anello della catena causale (provocatori, fascisti, infiltrati…): quella è una domanda che va bene per chi si occupa di giudiziaria o di cronaca. La politica si deve porre oggi il problema temporalmente successivo: per dirla con una citazione famosa negli anni ’90: il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Quindi che succede una volta che la miccia è stata accesa e se siamo ancora in tempo per disinnescare l’esplosivo, così che la miccia non serva più a niente.

Propongo qui di seguito un racconto di quello che è stato a Roma il 14 dicembre (lo rubo ad una mailing list di ricercatori precari all’insaputa dell’autore, spero non gli dispiaccia):

Senza alcun giustificazionismo ma con sincerità.

E’ successo qualcosa di nuovo. Chi era ieri in P.zza del popolo e in via del Corso non ha visto degli infiltrati, tanto meno dei “gruppetti” di black blok, ma una piazza di migliaia di persone che incitavano gli scontri di almeno altre centinaia di persone. Il corteo ha attaccato la polizia, non il contrario, e quindi anche ogni lettura in termini “reattivi” o di “comportamento delle forze dell’ordine” salta. Il modo in cui sono saltate le mediazioni (“uniti contro la crisi”, CGIL, ecc.) è stato impressionante. Ieri una nuova generazione si è presentata, forse nel modo peggiore, ma lo ha fatto.
Bisogna rifletterci a freddo. Rimane il fatto che un comunicato che divida violenti/non violenti, infiltrati/manifestanti buoni, ecc. ecc. oltre a mancare il punto dice una cosa non vera.
Questo fuori da ogni apologia. Chi mi conosce sa che non sono propenso alla guerriglia urbana.

Voglio ribaltare lo slogan sposato da SEL: c’è una Italia peggiore.

Nelle piazze c’è la reazione a questa Italia: una risposta che a tratti diventa anche rabbiosa e scomposta, perché questo è sentito come unico canale di reazione possibile a chi è in uno stato di bancarotta etica, ma ha potere di decidere dei destini di tutti, compresi coloro che sono al di fuori da ogni processo democratico. In altri termini, un paio di decenni di compressione degli spazi di democrazia iniziano a presentare il loro conto e non è dato sapere cosa ne può venir fuori.

Non si tratta di giustificare la violenza, si tratta di affrontare la realtà dei suoi meccanismi: abbiamo ancora tempo, ma che sia chiaro dove stanno le responsabilità. C’è chi può decidere di aprire spazi e invece li chiude e chi, trovando gli spazi chiusi, finisce con il rivoltarsi.

Non facciamo l’errore di pensare che SEL possa essere tangente a tutto questo: ci siamo dentro fino al collo e dobbiamo farci i conti.

PS aggiungo un paio di video a distanza di una decina di giorni.

Il primo video (anno zero, diviso in due parti) è interessante anche in relazione alle risposte che questo articolo ha avuto da un pubblico molto orientato come quello che frequenta il sito ufficiale di SEL: in entrambi i casi si tende a rifiutare l’analisi data dai protagonisti -gli studenti- di questo fenomeno -nuovo- infilandosi nella discussione violenza sì/no e alla fine nel caso di anno zero li si minaccia apertamente (versione becera delle istituzioni repubblicane offerte del ministro della difesa). Nel secondo video, una puntata settimanale dei corsivi di un giornalista di destra -democratica- come Travaglio: in questo caso si sente l’effetto della puntata di anno zero (era presente anche Travaglio) e si cerca di andare oltre questa visione, diventando rappresentativo di un tentativo di approccio alla situazione reale oggi esistente, leggibile in diversi articoli apparsi via via nei giorni successivi.

ANNO ZERO: 16 dicembre 2010

TRAVAGLIO – MINORITY GASPARRI: 20 dicembre 2010

Niente di nuovo sul fronte occidentale: SEL a congresso

Principi sparsi: numero 572AZ/bis

ammettiamo che non sia possibile dire la verità: se accettiamo ad esempio l’idea che l’accesso diretto alla realtà sia una chimera, allora la verità è la prospettiva soggettiva di qualcosa di irraggiungibile. Quindi si lavora per approssimazioni. Questo approccio di solito è bilanciato nella retorica da un principio di metodo: in assenza della verità, possiamo quantomeno dire ciò che pensiamo in modo chiaro, senza aggiungere, senza sottrarre e soprattutto senza dichiarare apertamente di pensare o credere qualcosa che è l’opposto di ciò che si sente. La parresia (nel suo significato più classico) è quindi in questo caso la migliore approssimazione possibile al vero a cui si possa aspirare…
Sempre ammesso che il nostro accesso alla realtà ci impedisca di dire il vero anche quando ci sbattiamo contro.

Principi sparsi: numero 6245G

le organizzazioni umane sono spinte da singole persone, che agiscono secondo propri principi e valori e come conseguenza secondo propri obiettivi. Talvolta questi concidono estendendosi su molti soggetti per diversi aspetti, talvolta invece, la semplice esistenza di una organizzazione umana non è necessariamente corrispondente ad una unione di soggetti caratterizzati da coincidenza di intenti.

Dove sta il problema.

C’è chi usa i partiti come un ufficio di collocamento, chi li usa per una scalata alla società, chi per ricavarne soddisfazione personale, chi per fare una certa politica in un territorio più o meno vasto, chi perché crede nella visione salvifica di un metodo di azione, chi nell’obiettivo dell’azione, a prescindere dal metodo. Nella mia esperienza, la maggior parte dei singoli soggetti è portatrice di un complesso aggregato tra queste ed altre cose, per di più non cristallizzate.
Ovviamente c’è anche chi insegue il potere fine a se stesso o il denaro: siamo in Italia, questo è ormai dato per scontato.
Forse l’unica caratteristica che accomuna davvero tutti è quella di essere convinti di sapere come stanno davvero le cose (e quindi in questo non riesco a fare eccezione), mentre una caratteristica che accomuna molti è l’idea di sé stessi come figure indispensabili (e qui, spero di riuscire a salvarmi).
Quello che mi pare di capire oggi, al seguito del congresso provinciale di Roma e mentre seguo il congresso nazionale (come semplice tesserato, addetto al filtro spam degli sms), è che la prima iattura di un partito come SEL è proprio costituita da questa idea di indispensabilità. Se io sono necessario, tutti quelli che non collaborano con me, sono dei nemici miei e dell’intero partito.
Tutto qui.

Quando la numerosità di quelle persone che in una comunità sono spinte da interessi che riguardano la preservazione di sé stessi (soprattutto se a breve termine) sale oltre un certo livello, la comunità stessa collassa e si estingue. Si tratta in fondo di un principio noto da diversi anni a chi studia il comportamento animale legato all’evoluzione: gli istinti egoistici sono inevitabili e fondamentalmente innocui o addirittura positivi, entro certi limiti. Oltre questi limiti, diventano catastrofici: sarebbe interessante riuscire a studiare in modo almeno approssimativo la cifra di questa relazione, così come è stato fatto dai modelli di A-Life sui pipistrelli desmodus rotundus (tra l’altro portati avanti da una ricercatrice italiana: Rosaria Conte).

Più ci penso, più mi pare che l’università nel nostro paese sia lo specchio del funzionamento dell’assetto politico italiano: il potere concentrato nelle mani di pochi, senza nessuna responsabilità personale. La strada maestra che porta all’arbitrio ed un sistema che replica se stesso: al primo posto ovviamente i livelli più alti (e.g. di governo), ma anche i livelli più bassi non ne sono esenti (micro-corrente interna organizzata per la difesa di un potere marginale), quasi sempre contraddistinti da un desiderio di salvezza personale, necessitato dall’idea di indispensabilità personale.

In tutti questi casi, che si tratti di micro-poteri, posizioni di rendita o grandi interessi, i poteri tendono a nascondersi, per operare indisturbati, senza controlli, per non dover rendere conto delle scelte fatte, nella costante paura di vedere messa in discussione la loro organizzazione di fondo, la loro sfera di influenza e quindi la loro stessa esistenza.

Per combattere questo problema, al momento non ho niente di meglio da offrire di un mio mantra personale:

1) La democrazia non si basa sulla fiducia nei confronti di chi è investito di un qualsiasi potere, per quanto marginale.
2) La democrazia si basa sulla trasparenza, sulla incentivazione delle forme di controllo nei confronti di chi è investito di questo potere.
3) La democrazia consiste nel rispetto e nelle tutele dei diritti delle minoranze.
4) La democrazia si basa su processi lenti, ma solidi.
5) La politica è un rapporto di poteri.

Come sempre in chiusura, le buone notizie (come per Report!). Non c’è di che scoraggiarsi: che la situazione fosse pessima lo si sapeva sin dall’inizio. Che fosse necessario lottare per cambiare le cose era anche questo scontato tutto sommato, davvero niente di nuovo, anche se, mentre ci si preparava mentalmente al peggio, si continuava a sperare nel meglio e quindi davvero un po’ di delusione, dopo i congressi di SEL, è inevitabile.

Detto ciò, il lavoro da fare è tanto: spazio per lavorare bene in SEL ce ne è ancora tanto e non è ancora detto che questo spazio vada a chiudersi o ad ampliarsi. Dipende da tutti noi.

Se la speranza è diventata un lusso che ci si può permettere sempre meno e che a volte ci sembra addirittura dannosa, la voglia di lottare è assolutamente necessaria. Andiamo avanti: la strada è tutta in salita.

Storie di ordinaria follia

La registrazione video (quasi completa!) del mio intervento nella assemblea nazionale SEL sul tema del lavoro del ricercatore in Italia (e quindi del precariato), tenutasi a Roma il 2 ottobre 2010.

I filmati sono due (con un paio di secondi mancanti tra le due parti) e manca anche l’inizio dell’intervento: Zappa (autore delle riprese) si è trovato la telecamera in mano all’ultimo momento. Visto il “successo”, la prossima volta proviamo ad organizzarci meglio.

parte 1 – http://www.youtube.com/watch?v=IZjARob1VgY
parte 2- http://www.youtube.com/watch?v=mkgCIhDqtEE

parte 1:

parte 2:

Precari CNR: appello e raccolta firme

Prove di mobilitazione.

Come ricercatori precari del CNR, abbiamo lavorato ad iniziare da Luglio ad un documento/piattaforma in vista di un possibile incontro con Maiani. Date le difficoltà ad indire una assemblea nazionale (sul modello di quella convocata a Bologna per l’8 ottobre dai precari dell’università), abbiamo dovuto ripiegare su un appello:

LINK >> http://www.petitiononline.com/cnrprec/petition.html

La preghiera che rivolgo a tutti coloro che dovessero leggerlo è quella di diffondere questo testo, discuterne all’interno dei vari Istituti del CNR e ovviamente aderire nel caso se ne condividano i punti.

NB la fotografia risale al 9 agosto 2010: scattata dall’interno della sala Marconi, sede centrale del CNR centrale (Piazza Aldo Moro, Roma), durante il presidio tenuto per fare pressione sulla commissione incaricata di licenziare il nuovo statuto del CNR.

L’Italia è cattiva: la parola non basta

Circa tre mesi fa, Barbara di AtlantideZine mi ha chiesto di recensire un libro-dvd edito da Einaudi: “La parola contro la Camorra”, di Saviano.

Sono andato in crisi: scrivere di Saviano non è facile, specie se dopo aver letto ed ascoltato non riesco ad essere d’accordo sulle sue conclusioni. Devo forse finire nel novero di coloro che lo criticano in modo strumentale perché (nel caso migliore) cercano così di ritagliarsi un piccolo spazio attaccando una persona famosa?

D’altra parte il punto che voglio sottolineare è per me molto importante e investe solo l’ultimo passaggio di un ragionamento che altrimenti condivido: una volta che la parola è intervenuta a dare una rappresentazione più vicina al reale, una volta che è stata compiuta una analisi di un fenomeno umano che si vorrebbe raggiungesse la sua fine, che fare?

E’ ovvio che per me la risposta ricade nell’azione politica: dovremmo sentirci tutti investiti della responsabilità di agire.

Whether ’tis nobler in the mind to suffer
The slings and arrows of outrageous fortune,
Or to take arms against a sea of troubles
And, by opposing, end them.

Questo l’articolo, apparso oggi su Atlantide (riporto qui di seguito il testo per archivio):

http://www.atlantidezine.it/gomorra-roberto-saviano.html


La domanda è: perché chi gode di un grande potere (criminale) sente la necessità di sminuire, denigrare o addirittura condannare a morte un semplice scrittore?
A partire da questa domanda si aprono i due lunghi monologhi presentati da Einaudi nella veste di libro e dvd.

Per rispondere, è necessario partire dal successo nazionale e internazionale di Gomorra.
In quel libro, Saviano ci ha svelato le meccaniche intorno alle quali ruota l’organizzazione criminale nota come Camorra: un misto di potere e denaro, controllo del territorio e business con ogni mezzo, in ogni possibile dimensione offerta dal capitalismo contemporaneo, anche a costo della vita propria e di quella altrui.

In pochi anni, Gomorra non è solo diventato un caso editoriale: è un fenomeno culturale e sociale, lo squarcio del velo opprimente che cristallizzava la rappresentazione delle organizzazioni criminali in una visione epica, a tratti romantica. Saviano ci descrive invece una Camorra reale e la rappresenta nella sua concreta brutalità, nella sua quotidiana gestione di capitali enormi, distribuiti in interessi nazionali e internazionali eterogenei.
In Saviano l’epica si sposta dai protagonisti criminali – con le scalate al vertice tipiche della narrazione cinematografica- alla prospettiva di chi è coinvolto suo malgrado nel circuito malavitoso, perché semplicemente vi vive all’interno e non può che osservarne le dinamiche o prendervi parte come ultima ruota del carro, come esistenza che più di altre è dispensabile nei confronti degli interessi in gioco.
Una prospettiva che porta chi legge o -come in questo caso ascolta- questo autore a diventare egli stesso uno spettatore o una vittima del conflitto che ha provocato 4000 morti nella sola Campania negli ultimi 30 anni (oltre 10’000 tra Sicilia, Calabria e Campania: un computo che supera i morti nelle zone di molti conflitti riconosciuti).

Qui è il punto, perché di libri e articoli che abbiano parlato di camorra in modo chiaro e competente se ne possono contare diversi. Ma non è solo un problema di contenuti, il problema è che questa narrazione da New Italian Epic (come definito da WM1 su Carmilla ormai un paio di anni fa) permette a delle storie apparentemente molto particolari, e contestualizzate nel microcosmo campano, di avere cittadinanza universale, superando le barriere generate attorno a un linguaggio così specifico, al punto che il termine stesso “camorra” sia considerato d’uso straniero.

“Il Sistema” -la Camorra- non gradisce che all’esterno sia comprensibile il proprio lessico e che siano svelati i codici in base ai quali comunica e agisce. Questa rappresentazione così reale la sminuisce, la rende un fatto umano, la priva dell’alone di mito e potere che circonda i boss, evidenziando la vita miserabile della stragrande maggioranza degli affiliati.
Non si può concedere che, una volta trovata la guida al suo vocabolario, ci sia chi si prenda la briga di accompagnare il lettore/ascoltatore nei meandri del suo mondo.
Per poter prosperare, questo Moloc così umano ha bisogno di degrado dove andare a pescare la propria manodopera e di silenzio, perché chi compra capi d’alta moda spendendo migliaia di euro non sappia quale sia stato il percorso della loro fabbricazione.

Saviano mette, quindi, in pericolo gli interessi di molti e deve essere distrutto, se non fisicamente, almeno moralmente, in modo che il valore delle sue parole sia depotenziato.
Autorità o vita: le parole di Saviano ci accompagnano attraverso la storia recente, mostrando come sia estremamente difficile per chi combatte il potere riuscire a godere di entrambe le cose allo stesso momento (gli esempi di Falcone e della Politkovskaja appaiono entrambi inquietanti nel loro epilogo). Ai morti si concede più facilmente l’autorità, perché se ne possono distorcere le parole. Da qui la battaglia di Saviano, che deve difendersi dalle accuse di opportunismo, di “furbizia” (in quella accezione negativa tipica italiana) e in fondo, deve difendersi dall’unica vera accusa che sottostà ad ogni altra, ovvero quella di essere riuscito a raggiungere un pubblico così ampio, di aver parlato e svelato quello di cui è a conoscenza a così tante persone, in tutto il mondo.

Ci vuole molto coraggio per continuare a combattere questa battaglia dagli esiti incerti, soprattutto sul piano personale: il nostro compito (di tutti coloro che hanno in sé un minimo sentimento di democrazia e giustizia) è quello di tenere accesi i riflettori su Saviano, per dargli la possibilità di vivere e continuare a raccontare, come sa fare.
Ma non possiamo accontentarci di fare questo: la parola, la narrazione e l’analisi, sono strumenti necessari ma non sufficienti a modificare lo stato delle cose.

In un passaggio, Saviano sbatte in faccia al lettore/ascoltatore un verità dolorosa: l’Italia è un Paese cattivo. Non tanto per via dei suoi molteplici Moloc, ma perché da un lato pensa di alimentarli per trarne vantaggio personale e perché dall’altro ha smesso di provare a mettere in campo delle forze che siano in grado di provare a distruggerli.

CNR – Bozza di discussione sul contrasto al lavoro precario

Quella che segue è la bozza di un testo su cui si sta cercando di convergere in vista di un incontro con il presidente del CNR, Maiani. Nei prossimi giorni il testo verrà fatto circolare e quindi probabilmente modificato in alcuni dettagli, in modo da raccogliere il più alto numero possibile di adesioni tra i collettivi di precari formatisi negli Istituti del CNR.

L’incontro con il presidente non è stato ancora fissato, ma avendolo proposto lo stesso Maiani ad alcuni di noi il giorno 30 maggio, si spera che non voglia rimangiarsi la parola. Ecco il testo:

1- Il blocco del turnover. Il preannunciato blocco del turnover al 20% rappresenta la via maestra per l’invecchiamento dell’ente e per l’accelerazione del processo già avviato da molti anni che consiste nell’affidare buona parte della ricerca a personale assunto con contratti di tipo precario, in numero sempre maggiore e con condizioni sempre peggiori.

Non è necessario un grande sforzo di immaginazione per prevedere cosa accadrà nell’immediato futuro: la riduzione dell’organico infatti non può che aumentare le difficoltà nella produzione tecnologica, scientifica, culturale e di servizi, nonché ovviamente nell’ottenere commesse e progetti finanziati da enti terzi, nazionali o internazionali. Il CNR dovrà quindi rassegnarsi alla marginalità sullo scenario mondiale della ricerca o poggiarsi su un numero crescente di precari, assunti con fondi esterni, per compensare la carenza di personale.

Questo secondo scenario non è nuovo, ma non è detto che il meccanismo possa essere replicato all’infinito. E’ plausibile invece il contrario: già oggi i ricercatori che entrano nel CNR come assegnisti si rendono rapidamente conto di come le prospettive di lavoro nell’ambito della ricerca in Italia siano vicine allo zero.

Ma questo non è tutto: la spesso evocata meritocrazia viene in questo modo azzerata da una selezione basata letteralmente sul censo dei ricercatori che, in assenza di una retribuzione di livello europeo, bilanciano le proprie motivazioni a proseguire in questo lavoro, con la facoltà di stazionare in una condizione di incertezza senza fine e con la capacità di tollerare la percezione di rischio che necessariamente genera vivere con un orizzonte professionale e personale così limitato.

Di fatto questa politica incentiva la fuga verso l’estero o l’abbandono da parte di ricercatori che si sono formati in Italia e che porteranno altrove o disperderanno le proprie competenze, proprio nel momento in cui sono più “produttivi”.

Riteniamo che opporsi con ogni mezzo necessario a questa politica sia non solo un dovere civico ma che sia coerente con l’idea che il CNR debba continuare a perseguire la missione che si è dato.

Chiediamo che la presidenza del CNR si esprima contro questa politica in modo netto, utilizzando tutti i canali a sua disposizione. Non è questa una richiesta di tutela corporativa: al contrario è una spinta solidaristica che porta a denunciare una politica miope, causa di immiserimento economico e culturale del nostro Paese, economicamente svantaggiosa sia nel breve che nel lungo periodo.

2- Il fabbisogno di personale. In una situazione così disastrosa ci sembra prioritario che questo Ente debba gestire le risorse di cui dispone cercando di indirizzarle in maniera strategica per garantirsi un futuro.

Il piano di fabbisogno triennale, presentato qualche mese fa e oramai azzerato dalla manovra finanziaria, è quindi incomprensibilmente autolesionista: mascherando come reclutamento di primi ricercatori e dirigenti gli avanzamenti di carriera, questo piano nella realtà otterrà l’obiettivo di frustrare ulteriormente le attese dei giovani ricercatori, incentivando la dispersione. Dobbiamo qui confermare la nostra analisi: questa direzione è in antitesi con la necessità di futuro di un Ente che invecchia e che si indebolisce, disperdendo il patrimonio di esperienza e professionalità sul quale si è investito per lungo tempo.

Come assunto generale, crediamo che l’elaborazione dei piani di fabbisogno dovrebbe poggiare su una riflessione trasparente e pubblica sulle priorità da perseguire per il rilancio dell’Ente. Da questo punto di vista, il numero di posti assegnati ai diversi livelli, se non accompagnato da un’analisi della pianta organica attuale e in assenza di una pianificazione conseguente che tenga conto delle criticità da affrontare, non può che apparire arbitraria e oscura. Per questo chiediamo che:

  • venga rimodulato il fabbisogno di personale verso posizioni di III livello vista la quantità di personale atipico presente negli istituti del CNR. Questa richiesta, in accordo con le rivendicazioni già fatte in passato, include sia le risorse derivate dal turn-over 2010-2012 sia le altre risorse in gestione al CNR quali, ad esempio, il conto fondo terzi.
  • le posizioni di I e II livello siano gestite secondo canali paralleli e non coincidenti rispetto alle assunzioni per terzi livelli, sia in termini di stanziamento fondi che di procedure concorsuali
  • la Presidenza debba chiedere con forza la riattivazione delle procedure di avanzamento di carriera su base contrattuale.
    Per il futuro, vorremmo che il CNR riuscisse almeno ad esplicitare e rendere pubblici tanto il processo quanto le dinamiche che portano alle scelte di merito nelle politiche di reclutamento: la determinazione del fabbisogno inoltre dovrebbe essere il risultato di un processo partecipato in cui possano esprimere il proprio punto di vista tutti gli stakeholders attivi all’interno dell’Ente stesso.

3- Un censimento di tutti i lavoratori non strutturati. Ad oggi, non esiste un monitoraggio dei lavoratori interni al CNR assunti con contratti a termine diversi dal Tempo Determinato (TD), nonostante la diffusione massiccia di contratti di lavoro tra i più diversi: dagli ovvi assegni di ricerca, alle borse, ai cococo ecc.

I dati sulla diffusione e l’incidenza del precariato dentro il CNR sono un vero e proprio mistero. Secondo l’Amministrazione centrale “il dato non è estraibile”: non è possibile sapere quanti siamo, chi siamo, da quanto tempo siamo qui; semplici statistiche descrittive, di un fenomeno di rilevanza cruciale per l’Ente, sembrano tramutarsi in analisi di una complessità inaudita da mettere in difficoltà persino il Consiglio Nazionale delle Ricerche!

E’ chiaro che finora è mancata la volontà di affrontare questo problema e quindi di fare luce sull’incidenza e le caratteristiche di un fenomeno che, se reso evidente, si manifesterebbe nella sua importanza. Questo fenomeno è invece per noi lo specchio della salute del CNR, un ente:

  • Debole, perché le sue risorse “interne” sono oramai irrisorie a fronte dei fondi esterni procacciati in larga misura attraverso il lavoro dei precari. Risorse massimizzate grazie alla logica al ribasso con cui sono attribuite le posizioni contrattuali: responsabilità che ricade sui capi-progetto, sui direttori degli Istituti e i dirigenti di questo Ente che, adottando la politica del laissez faire, avvallano l’ottica del “massimo risultato con la minima spesa”, dimostrando in questo modo la scarsa lungimiranza di chi non si pone né il problema delle prospettive a lungo termine dell’Istituto in cui lavora o che dirige, né un dubbio etico.
  • Vecchio, perché anche tra i non strutturati non si è poi così tanto giovani e come si è già ribadito le politiche in discussione porteranno all’innalzamento dell’età media. Quindi un Ente vecchio ora, e vecchissimo domani.
  • Povero di prospettiva e lungimiranza, ma anche di onestà etica ed intellettuale, dato che i destini dei giovani ricercatori sono nelle mani di strutturati che non vengono valutati.
  • Opaco, perché le sue dinamiche interne si prestano a nascondere più che a rendere espliciti i processi, i percorsi e le figure che vi partecipano o che ne sono responsabili.

Come primo passo, sosteniamo la necessità di un censimento, a cadenza annuale e gestito dall’Ente, che faccia luce sul numero e la tipologia di tutti i contratti diversi da quelli a tempo indeterminato (e.g. contrattisti a progetto, assegnisti di ricerca e affini), delineando le modalità dei percorsi lavorativi di chi è assunto con contratti a termine all’interno del CNR.

Di fianco a questo strumento fondamentale per fare chiarezza sul lavoro attualmente invisibile all’interno del CNR è necessario che siano rese trasparenti e accessibili le statistiche riguardanti il contributo che questi lavoratori apportano ai progetti, secondo i parametri già utilizzati per la valutazione degli Istituti. E’ arrivato il momento di fare chiarezza sull’apporto scientifico imputabile al personale assunto con contratti a termine.

4- Percorso unico di accesso. Nel CNR oggi non esiste un unico percorso di accesso che inquadri i ricercatori con contratto a termine nel momento in cui fanno il loro ingresso nell’Ente. Questa mancanza si è purtroppo concretizzata in una frammentazione ingiustificata delle tipologie di contratto, guidata da quella politica del massimo risultato con la minima spesa a cui si è già fatto ampiamente riferimento. Le competenze o titoli acquisiti e la tipologia di lavoro svolto, non sembrano essere discriminanti nello stabilire il tipo di contratto offerto.

Noi pensiamo che sia il caso di contrastare duramente questo fenomeno, fissando, come avviene in moltissimi Paesi un percorso di accesso chiaro che delinei i passaggi essenziali nelle loro forme contrattuali. Non si chiede qui di inseguire una ipotetica condizione di avanzamento automatico di carriera, ma di riconoscere a parità di lavoro e di competenze, parità di forme contrattuali.

  • Il CNR deve privilegiare le forme di contratto TD, rendendole obbligatorie come forma di contratto Post-DOC
  • i contratti a termine diversi dal TD devono essere limitati da subito per i ricercatori a tempo pieno all’assegno di ricerca e va presa in considerazione la possibilità di adottare i contratti da “giovane ricercatore” del MIUR come forma di accesso.
  • In entrambi i casi il tempo massimo di reiterazione della stessa forma di contratto precario dovrebbe nel futuro essere limitata a tre anni.

In primo luogo, si pongono così le basi per una semplificazione dei rapporti di lavoro, favorendo una maggiore chiarezza tra le parti ed un miglioramento nella qualità del lavoro di ricerca svolto. In secondo luogo, si offre uno strumento per supportare la pianificazione economica e finanziaria da parte del coordinatore di un gruppo di ricerca che rispetti dei parametri chiari che impediscano la tentazione dell’attuale corsa al ribasso.

5 – Le risorse destinate alla chiamata diretta. Un aspetto legato alle procedure di assunzione a tempo indeterminato del personale di ricerca del CNR riguarda l’Art. 13 del D. Lgs. 213/2009 concernente il riordino enti di ricerca vigilati dal MIUR. Secondo tale decreto gli enti di ricerca vigilati dal MIUR, tra cui il CNR, hanno la possibilità di assumere a tempo indeterminato per chiamata diretta e quindi senza espletare procedure concorsuali adeguate, fino al 3% dell’organico dei ricercatori e tecnologi nei limiti delle disponibilità di bilancio e previo il nulla osta del Ministero stesso.

E’ d’obbligo focalizzare l’attenzione su due aspetti cruciali del decreto che vanno a modificare, peggiorandola, una disposizione precedente:

  • il metodo di assunzione non è più accompagnato dal parere del Consiglio scientifico ma dal comitato di esperti per la politica della ricerca (Cepr) ed è inoltre subordinata al previo assenso da parte del Ministro in carica;
  • per l’assunzione non è più previsto un inquadramento solo «al massimo livello contrattuale del personale di ricerca», ma «fino al massimo livello contrattuale del personale di ricerca». Non si comprende il senso di apportare queste modifiche, se non con il tentativo di legittimare operazioni clientelari attraverso una procedura di valutazione alquanto arbitraria, poco trasparente e lontana dall’obiettivo dichiarato di svolgere corretti iter concorsuali.

Per quanto riguarda i fondi gestiti direttamente dalla sede centrale, come il fondo conto terzi, è importante che sia reso pubblico un rapporto sull’ammontare della disponibilità economica di questi fondi e sulle previsioni delle modalità di utilizzo: viste tutte le premesse, è per noi naturale pensare che questi fondi possano essere disponibili per l’assunzione di personale.

6 – Trasparenza ed equità nei concorsi. Un punto fondamentale delle politiche di reclutamento del CNR (e non solo) riguarda la trasparenza e l’equità dei concorsi. Troppo spesso abbiamo osservato scarsa apertura nella procedura di selezione, con profili disegnati più su di una persona che sulla figura professionale richiesta.

Riteniamo che la procedura di selezione debba permettere di scegliere la persona migliore per svolgere il lavoro richiesto e a questo scopo il concorso deve offrire un metodo di valutazione ex ante ampia ed oggettiva, a cui va affiancata una valutazione ex post periodica che permetta di confermare la qualità della selezione effettuata. La questione è quindi ampia e complessa, tanto da richiedere una riflessione attenta, che oggi è urgente oltre che necessaria.

Se quindi riformare le procedure di concorso necessita di una discussione che coinvolga tutta la rete scientifica, possiamo già da subito indicare pochi accorgimenti che renderebbero le attuali procedure senz’altro più accettabili.

  • I concorsi devono essere basati su un regolamento univoco, che garantisca assoluta chiarezza sia nelle modalità di partecipazione che nella procedura di valutazione.
  • Per quanto riguarda l’accesso al concorso, devono essere eliminati tutti i vincoli che limitano la possibilità di partecipazione.
    • deve essere eliminato il vincolo di possedere una laurea specifica: deve essere possible poter partecipare alla selezione semplicemente grazie al possesso del titolo di laurea, a prescindere dalla specializzazione.
    • deve essere eliminato il vincolo di partecipazione a un numero limitato di selezioni all’interno di uno stesso bando.
  • La procedura di valutazione deve basarsi su punteggi definiti in maniera univoca per tutti i concorsi, eliminando l’arbitrarietà della commissione nella loro definizione.
  • I titoli devono essere valutati secondo parametri chiari e inclusivi. Non ci devono essere limiti nel numero di pubblicazioni presentate, visto che è possibile stabilire in maniera oggettiva la qualità di ognuna. In questo modo, la valutazione dei titoli può avere il peso che merita, maggiore rispetto a quello delle prove scritte e orali.

Riteniamo che queste semplici modifiche possano migliorare da subito la qualità dei concorsi all’interno del metodo attuale. Inoltre, riteniamo che si debba avviare una riflessione profonda e partecipata per migliorare le procedure di selezione.

L’affare sanità: don Verzè e Nichi Vendola

[PREMESSA 1: intervista di Libera.tv a Nichi, nella quale sono affrontati sia il tema Don Verzé, sia il tema inceneritore (a partire dal minuto 5:30)]

[PREMESSA 2: il testo che segue è nato come risposta informale via mail ad una compagna ed è poi comparso su questo blog più che altro come memo personale. Di conseguenza le eventuali critiche sui contenuti saranno preferite a quelle sulla forma.]

Ovvero: sui falsi scoop.

Grazie alla segnalazione di nome in codice “MaPi”, leggo questo articolo, che vi segnalo:

http://www.italiaterranostra.it/?p=5150

Ecco quello che ho “scoperto” grazie ad una veloce indagine personale e da fonti di prima mano.

La notizia è di dominio pubblico in realtà dal 2006. Non c’è nessuno “scoop”: l’accordo non è stato tenuto “segreto” o non si è cercato di nasconderlo, anzi è stato pubblicizzato a lungo. Basta fare una ricerca su google, ma ho trovato anche una puntata di report in cui si accennava alla questione (6/12/2009).

L’accordo con il San Raffaele prevede la costruzione di un centro oncologico di eccellenza nella zona di Taranto con fondi partecipati (secondo gli accordi, 210 milioni di capitale così composti: 120 a carico della regione Puglia,  80 provenienti dalla Fondazione San Raffaele di Don Verzè e 10 forniti dallo stato centrale, se Tremonti non si rimangia la parola, cosa più che possibile): nell’articolo citato da MaPi e nei successivi che lo citano, ci sono però alcune allusioni scorrette:

1) il controllo dell’operazione è nelle mani di una fondazione costituita ad hoc, una fondazione che, come scritto anche nell’articolo di cui sopra, ha visto la luce legalmente il 28 maggio 2010 (ma è stata preparata per circa 4 anni). Quello che si omette nell’articolo è che questa fondazione è controllata a maggioranza dalla regione Puglia.
2) la gara d’appalto per la costituzione di questo tipo di fondazioni non è necessaria: non so spiegare i motivi in termini legali, ma essendo una operazione trasparente e non un accordo sottobanco (come dimostra la pubblicità riservata all’evento di creazione della fondazione), i legali della regione Puglia hanno dovuto ovviamente tenere bene in considerazione questo punto quando hanno stipulato gli accordi.
3) l’autore dell’articolo si chiede se non esistessero imprenditori o banche capaci di entrare nella fondazione al posto di Verzè. Questa operazione però non riguarda solamente fondi raccolti, ma know how (persone fisiche con competenze) e tecnologie: l’idea è che si possano utilizzare le competenze (elevate) del San Raffaele per stabilire un centro di eccellenza in un posto -Taranto- che da anni è ormai commissariato ed è diventato un deserto di investimenti.

Lo stato delle cose oggi vede la regione Puglia con molti pazienti in viaggio verso altre regioni (Lombardia tra le prime) in cerca di cure di qualità: questo fenomeno ha un costo elevato in termini di rimborsi, per non parlare del costo sociale (c’è chi può permettersi di viaggiare e chi no, con conseguente discriminazione per censo nel campo della salute). L’operazione sarebbe mirata a invertire questa tendenza, portando, alla lunga, alla correzione di queste storture con un conseguente risparmio anche in termini economici, mentre nel breve periodo vi sarebbe un forte investimento di denaro privato nel Tarantino.

Ultimi tre problemi sollevati che leggo qui e là in blog e siti che hanno trattato la notizia (i primi due soprattutto nei commenti a dire la verità):
A) perché proprio Taranto? Qui si intende che la zona è già inquinata e una struttura per il trattamento oncologico peggiorerebbe la situazione. Addirittura alcuni dicono che l’operazione è fatta in disprezzo della vita dei tarantini. Mi sembra una posizione delirante: perché questo ospedale dovrebbe essere particolarmente inquinante? O forse si intende che tutti gli ospedali sono inquinanti? Magari c’è un po’ di confusione sul concetto di cura oncologica, ma questa mi sembra malafede o stupidità. Probabilmente entrambe: salta infatti fuori in mezzo a questi commenti anche la questione inceneritore, con i soliti argomenti… ma questo è un altro discorso.
B) perché proprio Don Verzè? Certamente perché il San Raffele è un centro di qualità molto elevata, ma è anche vero che vi sia un rapporto di amicizia personale tra Nichi e l’ex-pretaccio (“pretaccio”… termine tecnico). Non si scopre adesso che Nichi dà molta importanza ai rapporti personali di amicizia o conoscenza: da un punto di vista politico questo è probabilmente un punto debole, ma per dire che la scelta sia ricaduta su Don Verzè solo per via di questi rapporti personali servirebbero prove dell’incapacità di Don Verzè nel gestire in modo eccellente questo genere di strutture oncologiche (auguri!) oppure indicazioni sull’esistenza di un altro gruppo concorrente desideroso di investire e dotato di competenze almeno pari (!). Nichi non è certamente perfetto, ma qui mi pare si esageri.
C) Berlusconi coinvolto e favorito nell’affare. A parte il fatto non trascurabile che l’ingresso del Berlusca nella fondazione che gestisce il San Raffaele è successivo temporalmente agli accordi stipulati dalla Regione Puglia, su questo punto, personalmente resto con i Wu Ming e i loro motivi per pubblicare per Einaudi e concludo tornando all’inizio di questo post: punto 1) il controllo dell’operazione è nelle mani della regione.

A conclusione di tutto questo, visti i tagli in finanziaria, l’intero accordo potrebbe saltare, dato che quello che ha detto Nichi a proposito dei presidenti di regione trasformati in “curatori fallimentari” non è affatto una esagerazione.  In questi termini, il rimborso ipotetico per i posti letto creati è a rischio e Don Verzè non è un benefattore dell’umanità.

Amen.

[aggiunta di agosto 2010 – ecco un altro articolo interessante sull’argomento:
http://mazzetta.splinder.com/post/23141432/la-bufala-dellaffaire-vendolaverze]

PS In seguito ai vari articoli pubblicati su “Italia Terra Nostra” (che chiaramente su questo argomento punta per poter emergere dall’anonimato della rete), il 28 agosto Nichi ha replicato sul suo blog alle domande postegli. Ecco il link: http://www.nichivendola.it/sito/mcc/informazione/sul-san-raffaele-del-mediterraneo.html

CNR – eyes wide shut

Oggi si è tenuta una assemblea indetta dal presidente del CNR per la discussione del nuovo statuto dell’Ente. Aperta a tutti gli istituti ed a tutti i ricercatori (fatto inedito che ha incredibilmente incluso anche i “precari”), ci ha permesso di sfruttare l’occasione per portare avanti le nostre rivendicazioni e forzare il presidente ad indire una assemblea mirata esclusivamente al tema del piano delle assunzioni.

L’obiettivo è stato raggiunto solo in parte.

Questo il documento distribuito e letto a più riprese durante l’assemblea.

“Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) è Ente pubblico nazionale con il compito di svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e valorizzare attività di ricerca nei principali settori di sviluppo delle conoscenze e delle loro applicazioni per lo sviluppo scientifico, tecnologico, economico e sociale del Paese. Un obiettivo che l’Ente vuole perseguire […] alla luce di una missione ambiziosa: rappresentare una risorsa da valorizzare per lo sviluppo socio – economico del Paese. Alla base, il convincimento che l’attività di ricerca e sviluppo, determinante per la competitività del sistema economico nazionale, possa generare nuova occupazione, maggior benessere e maggiore coesione sociale.”

Quello che dobbiamo chiederci oggi è se questa missione ambiziosa sia o meno perseguita con gli strumenti di cui si dispone. La nostra sensazione è che l’intero Ente sia oggi compromesso da una politica sciagurata di tagli e che la pianificazione che sarà assunta per i prossimi anni potrebbe provare a portarlo fuori dalle secche in cui si trova oppure avviarlo definitivamente verso un triste declino.

La nuova finanziaria sfrutta la crisi economica per azzerare le già scarse risorse di cui questo Ente disponeva: un fenomeno accentuato da una visione miserabile della ricerca, della scienza e della cultura in generale come forme di spesa parassitaria per lo Stato, senza alcun ritorno economico spendibile. Sappiamo bene quanto sia miope questa posizione, e pensiamo al contrario che sia necessario sfruttare questo momento per rilanciare, dimostrando la forza di questo Ente e la sua importanza cruciale. Purtroppo il piano di assunzioni che da qualche settimana circola tra gli Istituti, prima come voce di corridoio e poi con dati più precisi, si muove invece nella direzione del cercare di “tirare a campare”.

In un momento di scarsità di risorse si è infatti pensato che la direzione da intraprendere fosse quella di ampliare il numero di dirigenti e primi ricercatori, che avrebbero basato inevitabilmente la loro capacità di azione e intervento sulla abilità di costruire gruppi di ricerca composti esclusivamente (o quasi) da ricercatori con contratti a termine, assegnisti o, in casi “fortunati”, TD.

Tutto ciò si fonda sull’errata convinzione che noi “ricercatori precari”, con anni di esperienza all’attivo e un’ampia competenza e produzione scientifica, saremmo disposti a contribuire alla ricchezza scientifica dell’Ente a qualsiasi costo. La realtà è che questo è il modo più efficace per convincerci a cambiare lavoro o emigrare.

La retorica non è efficace quanto i dati concreti (probabilmente presto resi anche peggiori dai tagli imposti dalla manovra finanziaria):

Tipologia contratto —– Pianificazione 2010/2012 —– Pianta Organica Aprile 2010
Ricercatore III Livello                     196                                                   2355
Primo Ricercatore                          104                                                    908
Dirigente di ricerca                          61                                                     334
Tecnologo III Livello                       120                                                    294
Primo Tecnologo                              6                                                       82
Dirigente Tecnologo                         6                                                       37
Tecnico e Amministrativo               394                                                   2747

Noi pensiamo che il CNR debba svolgere quel ruolo che è esplicitato nella sua missione: un ruolo strategico per impedire che il nostro Paese aggiunga alla bancarotta morale anche quella culturale ed economica. Per questo motivo, a maggior ragione quando i finanziamenti alla ricerca sono scarsi, il CNR deve:

  1. definire il piano di fabbisogno di personale investendo sull’assunzione di nuovi ricercatori, piuttosto che sulle figure dirigenziali;
  2. rendere trasparenti le scelte fatte nella programmazione del fabbisogno di personale: queste devono essere fondate sulle reali esigenze dell’ente, su una corretta valutazione degli istituti (sperando che quella compiuta di recente non sia trasformata in un esercizio di stile) e devono essere motivate con la pubblicazione di dati puntuali;
  3. correggere la stortura che porta spesso all’assunzione di ricercatori sotto il profilo di tecnico o tecnologo, per pura necessità;
  4. muoversi in modo che il reclutamento di tutto il personale, a qualsiasi livello, avvenga sempre tramite procedure concorsuali aperte e trasparenti, che permettano una selezione vera e basata sul merito;
  5. ritirare la possibilità di reclutamento per chiamata diretta – il famoso 3% che prima era destinato a contrattualizzare i premi nobel, ma che apprendiamo potrebbe essere utilizzato per assumere nuovo personale a tutti i livelli – per evitare il rischio evidente che queste posizioni siano facilmente “lottizzate”.

In conclusione, chiediamo l’attivazione di un percorso trasparente di discussione, che eviti il frustrante inseguimento delle voci di corridoio e che metta in gioco la visione del futuro del CNR. Sentiamo la necessità di realizzare un incontro aperto, come quello proposto oggi, mirato ad affrontare il tema della politica delle assunzioni nei suoi aspetti fondamentali. Un incontro che deve essere portato avanti sulla base di numeri chiari che riguardino sia i fondi, sia il personale. Cifre per le quali è necessario avviare da subito un censimento ufficiale che conteggi finalmente anche quelle tipologie di contratto a termine che, nonostante il largo uso, sono state finora completamente ignorate nelle statistiche ufficiali del CNR. Vorremmo la partecipazione dei sindacati, sia come organi di rappresentanza dei lavoratori ma soprattutto come portatori di una visione di insieme dell’ente, della sua missione e delle sue priorità.

Assemblea dei Precari dell’ISTC
Coordinamento precari dell’area di Montelibretti

SEL – l’orizzonte degli eventi nel maggio romano 2010

Like an auto accident, you can’t keep your eyes off it
Come un incidente stradale, non puoi smettere di guardare

John Giorno

Premessa inutile

Quando si scrive una cronaca occorre scrivere a caldo principalmente per due motivi:

1) perché dopo un po’ si tende a ricostruire i ricordi, dando un filo logico ed un senso o una spiegazione a fatti che non necessariamente hanno una razionalità esplicita (vedi: geneaologia della storia. Un luogo in cui si è già stati).

2) perché il calcolo ci mette lo zampino e rovina la parresia. Un principio che non necessariamente deve essere inteso in senso negativo: si può voler rafforzare un processo positivo nascondendone gli aspetti negativi, ma alla lunga così facendo mi pare si corra il rischio di ottenere l’effetto opposto.

A parte ciò, se qualcuno si è preso la briga di leggere andando oltre  termini come “genealogia”, e”parresia”, (e correndo il rischio di  trovarsi davanti anche “ontologico”, “epistemico” o “olistico”), vuol dire che difficilmente sarà spaventato dalla amara realtà.

Certo, poi ci si mette di mezzo il lavoro… e ho finito con lo scrivere dopo un paio di giorni.

Atto I – dove si spiega cosa sia successo, ma non perché

Finito il periodo di campagna elettorale con le dovute sconfitte elettorali, ad inizio aprile si decide di iniziare l’assemblea del partito a livello provinciale (Roma) con una analisi del voto. Ottimo: i flussi elettorali, dati alla mano, vengono sviscerati ed analizzati, il tutto alla ricerca del colpevole con l’arma in pugno. Che le elezioni siano state perse per una semplice questione matematica (gli “altri” hanno preso più voti) in effetti ci dice poco perché il fenomeno può essere ottenuto in molti modi diversi. Per farla breve, il problema non è stato un spostamento del voto (qualcuno che, avendo votato per il centro-sinistra, avrebbe poi deciso dopo 5 anni di votare per la destra), ma l’astensione non uniforme (ovvero in molti, soprattutto tra gli elettori di centro-sinistra, si sono astenuti dal voto).

Dato tangibile: numeri alla mano, riscontrabile oggettivamente. Il centro-sinistra perde più elettori di quanti non ne perda la destra. Quindi, in una condizione di partenza di sostanziale parità, la destra vince. Amen.

Atto II – dove dovvero non si riesce a spiegare perché

Da questo dato di partenza purtroppo non è possibile ricavare in modo lineare né le cause del fenomeno (personali, collettive, accidentali, strutturali… abbiamo solo prove indiziarie), né le modalità che ci possano permettere di invertire la tendenza, cosa che a sua volta può significare: 1) riportare gli elettori alle urne; oppure 2) spostare da una coalizione all’altra il voto di quelli che ancora si dedicano a tale esercizio.

Con buona pace di chi ha dedicato qualche decina d’anni alla logica modale, questa condizione resta l’incubo dello scienziato determinista: non ci sono operatori che possano descrivere in modo sicuro quello che avviene e soprattutto, quello che sarebbe avvenuto SE… Che sarebbe successo se ci fosse stato un altro candidato presidente di regione? Cosa sarebbe successo se la coalizione fosse stata unita? Cosa sarebbe successo se il sistema di informazioni non fosse stato sotto pesante controllo? L’esperimento è singolare, unico, non ripetibile (con buona pace di tutti noi, tra cinque anni la situazione sarà comunque almeno un po’ diversa).

La patria dell’illazione, appunto. Spesso sostenuta dalla sola voce e credenza di chi la sostiene, senza l’ombra di un dubbio apparente. Due incontri consecutivi su questi due temi: cause del fenomeno e come uscirne.

Atto III – la trama non decolla

Quello che si impara dopo una decina di ore passate a discutere di questi argomenti (anche se in più di un appuntamento) è riassumibile in poche frasi:

1) leggi la citazione in testa a questo articolo;

2) basta poco per entrare nel tunnel e cominciare a prender parte alla giostra dell’illazione (non senza un certo divertimento sado-masochista);

3) una volta entrati nel tunnel non si ha più un’idea di cosa sia un bene strumentale e quale sia la differenza tra questo ed un bene finale.

La china si risale in senso inverso: un partito ed i voti (la fiducia) a cui questo partito aspira, sono entrambi beni strumentali: servono come strumento per raggiungere un bene finale. Quale? Semplificando, la trasformazione della società (che, sia detto per inciso, in questo momento sta andando in vacca). Riflettevo tra me assaporando il momento in cui avrei parlato in assemblea regionale per comunicare queste che mi sembravano grandi verità ignorate da tutti e aspettavo quindi con un po’ di impazienza la terza assemblea (in cui sono finito dato che mi sono iscritto a parlare piuttosto tardi). Nella lunga attesa, ho modo di ascoltare Nichi Vendola dire nelle sue apparizioni in TV molte delle cose sulle quali stavo rimuginando, meglio di come stavo immaginando di fare io. Parlo anche con alcuni compagni e scopro di non avere pensieri poi così originali: da un lato è una cosa positiva, ma dall’altro, se la si pensa così, di che stiamo parlando?

Quando finalmente la convocazione arriva, la fonte è atipica: un membro del direttivo nazionale (Francesco “Ciccio” Ferrara per la cronaca).

Atto IV – il colpo di scena

E’ così che si scopre che tutto ciò di cui avevamo parlato fino a quel momento non era che una parte del vero dibattito che animava SEL – Lazio: la parte esplicita. Forse non la parte ritenuta meno importante, ma decisamente quella che suscitava meno interesse negli iscritti. Arrivando al dunque: l’arbitro spedito dal direttivo nazionale ci spiega rapidamente quanto siamo stati capaci di far degenerare ed incancrenire l’organizzaione del partito nel Lazio e a Roma in particolare, fino a sfiorare il ridicolo. Non siamo riusciti ad eleggere un portavoce o un coordinamento in svariati mesi e siamo incapaci di indire una assemblea che svolga questo ruolo senza la presenza di un esterno!?

Per quale motivo tutto questo? Scontro sugli obiettivi? Sulle metodologie di lotta? Sulle priorità di intervento? Magari! Lo scontro è su chi ha diritto di voto nell’assemblea e chi non lo ha. Non so se avete mai partecipato ad una assemblea in cui si discute se i presenti sono o meno legittimati a votare: a me è capitato diverse volte durante le varie agitazioni nel periodo del liceo e durante l’università. Ho sempre trovato la cosa ridicola. Adesso so che non era cosa rara.

Atto V – il surreale e l’osceno

Seguono qualcosa come 3 ore abbondanti (dalle 17:30, fino alle 21:00) di dibattito interno sul solo argomento “chi può votare e chi deve essere escluso”, con qualche intermezzo sul genere “basta parlare solo di noi stessi”, in cui si parla comunque solo di noi stessi (come, per essere onesti, sto facendo io adesso). La pietra dello scandalo: i cosidetti delegati di diritto. Ovvero un gruppo di 18 iscritti che, per il loro ruolo svolto nel passatto all’interno di uno dei gruppi fondatori, hanno avuto diritto di voto nelle assemblee precedenti. Gruppo cresciuto fino a raggiungere i 48 membri, per bilanciare i valori di voto delle rispettive componenti originarie e poi sceso a 10 membri in quest’ultima votazione, dopo aver tolto i 30 abusivi (che nessuno sa chi abbia aggiunto… o meglio chi lo sa, non ne vuole parlare) e 8 degli originali 18 perchè rivestono incarichi nel nazionale. Sempre per la cronaca gli “altri” delegati, quelli non di diritto, sono 50.

Ore 17:30: relazione di Ciccio Ferrara, con proposta di metodologia di voto.

Ore 21:30: inizio votazioni con metodologia identica a quella proposta all’inizio.

Il tutto per un ruolo che durerà circa 3 mesi, dato che poi per il congresso (ottobre) si vanno a rinominare delegati, portavoce e coordinamento.

Questa la parte surreale. Poi c’è l’osceno.

Quando si presenta Marco Furrfaro, candidato a diventare portavoce regionale, prova a fare un breve discorso per presentare se stesso e le proprie idee, parlando di un caso esemplificativo di morte bianca per indicare nel lavoro (in relazione a sicurezza e precarietà) un tema che ritiene centrale per SEL. La sensazione in sala è che non avrebbe potuto fregare di meno alla maggior parte dei presenti: buona parte presi -comunque e sempre- dal problema di chi deve votare.

Quando si formarono a ottobre scorso le commissioni per il regolamento e quella per il programma, sentii dire di sfuggita a qualcuno  del direttivo, una “veterana” della politica (direi il nome, se mi ricordassi distintamente chi fosse) che la prima era l’unica a contare qualcosa. Mi è rimasto impresso perché la sola ipotesi che tra regolamento e programma sia più importante il primo, continua anche oggi a sembrarmi folle. Anche se adesso capisco in che contesto si collochi questa idea.

Epiologo

Mi restano delle domande retoriche e un invito:

1) la forma assembleare (fatta così) a che serve? Si entra con una idea, si esce con la stessa idea. Non c’è vera interlocuzione, non c’è crescita, il confronto è scarso e spesso si ha paura del voto; gli accordi su idee, progetti e persone vengono raggiunti prima di iniziare l’assemblea. In questo caso  alla fine ci è andata anche bene, dato che Marco e almeno un membro del coordinamento (Ylenia, l’unica che conosco, per questo dico “almeno uno”), sono delle ottime persone a cui non affiderei niente di meno, ma la domanda resta. Io non sono innamorato della forma, ma se questa è un paravento, mi sento anche preso per il culo.

2) Perché SEL poggia così insistentemente su contesti opachi? Questi contesti che permettono o forse incentivano le decisioni sottobanco, le liti personali, che alla luce del sole sarebbero molto meno, per chiara consapevolezza della loro stupidità. L’organizzazione, il soggetto politico, di certo non ne trae vantaggio, ma alcuni dei suoi membri pensano forse di poterne trarre per sé stessi. Un’ottica miope che parassita e distrugge la stessa entità che ne permette la vita.

Sarà un caso, ma più aumento la mia militanza, più mi radicalizzo intorno ad un nocciolo ristretto di pensieri minimi: prima chiedevo percorsi di uscita dalla crisi, politiche di inclusione per i migranti, la rivalutazione della scuola e della sua funzione nel permettere la mobilità sociale, lo sviluppo sostenibile, la ricostruzione di uno scenario sociale frantumato, il ribaltamento della logica di potere.

Adesso chiedo trasparenza, chiarezza, esplicitazione, responsabilità, identificazione del chi, dove, come e con che obiettivi in quali tempi, perché altrimenti quei temi precedenti non potranno neanche essere affrontati da lontano. Di questi tempi, una rivoluzione, che chiedono in molti anche in SEL, ma che avremo difficoltà a portare avanti se saremo pochi. L’ho già detto molte volte: non è il tempo di delegare: iscrivetevi, partecipate, trasformate.

TESSERAMENTO -> http://www.sinistraeliberta.eu/tesseramento2010/

LA NOTIZIA DELL’ELEZIONE DEL PORTAVOCE – > http://www.sinistraeliberta.eu/comunicati-stampa-territori/lazio-sel-furfaro-eletto-nuovo-portavoce-regionale

L’acqua non si vende: info di base per la campagna referendaria

Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, costituito da centinaia di comitati territoriali che si oppongono alla privatizzazione, insieme a numerose realtà sociali e culturali ha deciso di promuovere 3 quesiti referendari, depositati presso la Corte di Cassazione di Roma mercoledì 31 marzo 2010. Sosterranno tale iniziativa anche diverse forze politiche.

A partire dal sabato 24 aprile inizieremo la raccolta delle firme, in tre mesi dovremo arrivare almeno a quota 500.000 per poter richiedere i referendum. I banchetti per la raccolta delle firme saranno allestiti su tutto il territorio nazionale.

I quesiti referendari

Primo quesito:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n. 99 recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” e dall’art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europee” convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166?»

Secondo quesito:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 150 (Scelta della forma di gestione e procedure di affidamento) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, come modificato dall’art. 2, comma 13 del decreto legislativo n. 4 del 16 gennaio 2008

Terzo quesito:
«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?»

516.615 firme raccolte in 25 giorni di banchetti e iniziative in tutta Italia. Un risultato incredibile anche per noi, raggiunto in poco più di tre settimane grazie all’impegno e all’entusiasmo di migliaia di cittadine e cittadini dell’acqua pubblica. Qui trovate la mappa dei banchetti. L’obiettivo che il Comitato Promotore si era posto (700mila firme) è ormai in vista e può essere superato. Da qui a luglio lanceremo eventi, feste, spettacoli per coinvolgere sempre più italiani in questa civile lotta di democrazia per togliere le mani degli speculatori dall’acqua riconsegnandola ai cittadini e ai Comuni.

http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/

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