«

»

Feb 25 2010

Competizione, altruismo e sostenibilità

Anche quando non si sfocia nella disgrazia teorica del darwinismo sociale, accade spesso che i principi dell’evoluzione biologica siano utilizzati per giustificare politiche sociali di stampo liberista, individuando nella competizione il cardine di un processo che permetterebbe di selezionare i sistemi migliori (più efficienti, efficaci, meno costosi, ecc.). Non solo: i comportamenti solidali e altruisti diventano in quest’ottica delle forzature innaturali, utopie, del tutto contrarie alla vera natura di tutti gli organismi viventi, tanto che su questi comportamenti non è possibile edificare una società funzionante.

Le cose stanno ovviamente in modo molto diverso.

La teoria dell’evoluzione si basa su due principi in apparenza molto semplici:

1) dato un ambiente, gli organismi (siano essi batteri o sapiens) che vivono al suo interno trasmettono il proprio patrimonio genetico solo a patto che riescano a nutrirsi, crescere e riprodursi. – Corollario: gli organismi più efficienti nel nutrirsi e riprodursi, hanno più probabilità di propagare il proprio patrimonio genetico.

2) Nella trasmissione del patrimonio genetico, vi sono delle alterazioni che portano a varianti minori interne alla specie o assai più di rado comportano un “salto” dando vita ad una nuova specie. – Corollario: le variazioni del genotipo possono dare vita ad un organismo che dimostra una maggiore o minore fitness, ovvero attitudine alla sopravvivenza, rispetto a quella di chi lo precede temporalmente.

Sgombriamo il campo anche da un dubbio legittimo: i tratti comportamentali di un individuo sono dettati da principi evolutivi allo stesso modo dei tratti fisici?

Oggi si può dire con ragionevole certezza che, entro certi limiti, l’evoluzione gioca un ruolo  importante anche sui tratti comportamentali: il genoma infatti determina la struttura cerebrale di ogni individuo di una specie, agendo in concorso con le esperienze che caratterizzano la vita di ogni singolo individuo e una certa dose di casualità. Il risultato di questo mix a tre componenti è che vi sono alcuni comportamenti che accomunano la maggior parte degli individui di una specie.

E’ noto ad esempio che un ratto di laboratorio, posto di fronte ad un gatto, esibirà il comportamento dettato dalla paura, anche quando non abbia mai avuto esperienza prima del predatore. Perché? Perché “conviene” dal punto di vista della specie: nel corso dei millenni, quei ratti che non esibivano il comportamento di fuga -supponiamo per semplicità- di fronte ad un gatto avevano molte più probabilità di restare uccisi.

In altri termini, parafrasando Homer Simpson (st.13,ep.21), se il rarissimo bruco Screamarpillar è sessualmente attratto dal fuoco, il comportamento che ne segue incrementerà in modo sensibile le probabilità che questa specie si estingua.

Tutto il processo appena descritto viene di solito semplificato come “competizione per la vita degli organismi viventi”, spostando così erroneamente l’attenzione dalla propagazione del patrimonio genetico di una specie alla sopravvivenza del singolo individuo e ignorando di conseguenza almeno due fenomeni ormai noti: 1) l’emergere naturale di comportamenti altruistici intra-specie. 2) Nel lungo periodo, l’interazione tra specie può essere o sostenibile o instabile.

Altruismo. E’ facilmente intuibile come la propagazione del patrimonio genetico possa portare all’emergere ad esempio dell’altruismo parentale: un genitore dotato dell’istinto di accudire i propri figli ha più probabilità che il proprio corredo genetico/comportamentale si diffonda rispetto a quel genitore che al contrario non ha questo istinto. Per lo stesso motivo, molte specie (i mammiferi in testa) tendono a socializzare tra più elementi adulti la fase di cura dei piccoli, dando vita ad una strategia evolutivamente stabile per la specie, più che per il singolo individuo.

Non si tratta tuttavia della sola cura parentale: molte specie prevedono forme di assistenza reciproca tra individui adulti nella ricerca del cibo, esibendo sia comportamenti sociali di collaborazione (basti pensare alle tecniche di caccia o di difesa in branchi) che di vera e propria condivisione del cibo anche in casi in cui la fase di caccia avvenga in modo individuale (un esempio famoso riguarda alcune specie di chirotteri).

Sostenibilità. Per quanto riguarda il problema della stabilità/sostenibilità, lo si comprende considerando il processo della selezione naturale come integrato sia al suo contesto che alla dimensione temporale. Ambiente ed organismi costituiscono un unico sistema dominato da una forte interazione e che quindi viene alterato dal processo stesso di selezione: ad esempio, un predatore troppo efficiente che porti all’estinzione la propria preda si troverà a vivere in un ambiente diverso da quello iniziale, dove non è detto che le sue caratteristiche siano ancora vincenti, tanto che, considerando un intervallo di tempo abbastanza lungo, la propria efficienza sarebbe causa della propria stessa fine.

La cosa che ci interessa in questo caso dei sistemi complessi è che tendono a non permettere di sviluppare modelli predittivi: un sistema sostenibile è stabile proprio perché, i vari organismi esistenti restano in equilibrio (finché l’ambiente resta invariato); ma se questo equilibrio si spezza per il sopravvento di uno o più organismi, la sostenibilità diventa una incognita e aumenta il rischio di un collasso di sistema, ovvero di un cambio drastico della fitness richiesta e la conseguente estinzione di molte specie, fino a che non sia raggiunto un nuovo equilibrio, che a sua volta potrà essere o sostenibile o instabile.

Chi utilizza la selezione competitiva come processo di selezione sociale del “migliore”, si macchia quindi di una doppia colpa: prima di tutto cerca di bloccare artificialmente ogni forma di comportamento altruistico (minando così una delle basi della sopravvivenza dei “migliori”), in secondo luogo non tiene conto del fatto che gli attori sociali sono in grado di modificare il loro ambiente (la società) in un modo che può risultare distruttivo per tutti gli attori coinvolti. Il risultato è il fiorire di teorizzazioni a riguardo di modelli di società che anche per questo motivo si dimostrano immancabilmente fragili e destinate al collasso periodico.

Vincenzo Fiore

Vito Trianni

Leave a Reply

%d bloggers like this: