Mar 16 2018

Un Paese molto speciale

Qualche giorno fa sono inciampato in un tweet dell’account ufficiale di Sinistra Italiana. Lo riporterei come immagine, ma nel frattempo sono stato bloccato, quindi non posso più leggere l’account. Il tweet rilanciava un articolo apparso su Rainews24, con il titolo originale. Questo l’articolo: LeU, Sinistra Italiana ha respinto le dimissioni presentate da Nicola Fratoianni. In pratica il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, ha presentato le dimissioni in direzione nazionale. Queste dimissioni saranno discusse in assemblea nazionale e la direzione del partito ha presentato una mozione di sostegno al segretario per evitare le dimissioni.

Il mio commento è stato un semplice “Buffoni”. A distanza di qualche giorno, ho un momento per mettere insieme una risposta un pochino più ragionata.

La premessa obbligatoria è che la Storia e la politica non andrebbero analizzate guardando alle singole persone, ma in termini di macro processi e relazioni sociali di carattere economico e culturale. Questo è innegabile su periodi medio-lunghi. Tuttavia, su periodi brevi, di alcuni anni, singole persone che dispongano per vari motivi di potere decisionale possono fare, e hanno fatto in passato, la differenza in senso sia positivo che negativo. In termini concreti, la differenza tra due gruppi dirigenti può risultare in una accelerazione di un processo di trasformazione o in un significativo rallentamento, mentre altri Paesi in condizioni simili evolvono in senso politico e riescono a rispondere alle sfide poste dalle trasformazioni sociali. In Italia, la sinistra ha avuto alti e bassi negli ultimi 20-25 anni, ma si può dire che sia sostanzialmente ferma al palo dal biennio 2011-12. Perché?

Io non sono d’accordo con chi, con una certa ingenua esterofilia, sostiene che l’Italia sia un Paese particolarmente più ignobile di Spagna, Grecia, UK o Francia. In tutti questi Paesi l’aumento di disparità economica che ha seguito la crisi del 2008 e l’applicazione feroce di politiche di austerity e di contenimento della spesa statale (con annessa contrazione delle politiche volte alla redistribuzione delle ricchezze e al welfare state in generale) ha innescato una polarizzazione del voto che si è rivolta sia alla destra populista e nazionalista che alla sinistra socialista o social-democratica. Lo slittamento a sinistra e a destra è stato accompagnato dalla rapida erosione di consensi degli storici partici di centro-sinistra e centro-destra (e.g. Francia, Spagna o Grecia) o dalle correnti centriste nei Paesi in cui vige un forte bipolarismo (e.g. in UK con Corbyn da un lato e i Brexiters contro Cameron dall”altro e con i LibDem, storico partito di centro, sostanzialmente cancellato alle ultime elezioni). In Italia le ultime elezioni confermano questo stesso trend  verso l’estrema destra (Lega) o verso la destra populista (M5S), mentre a sinistra tutto tace. Non solo non ci sono formazioni in grado di catalizzare il voto di trasformazione “anti-sistema”, ma anche il partito più centrista, il PD, nonostante il calo, non è sceso ai livelli ad esempio del PASOK in Grecia (6.3%), il PS in Francia (7.4%) o -in un confronto un po’ forzato- al livello delle correnti centriste/Blairiane nel Labour (a cui Renzi si ispira), che tutte insieme non sono andate oltre il 38% di voti nelle primarie vinte da Corbyn. Anche in Spagna, dove il PSOE ha perso consensi, ma ha tenuto in parte restando sul 20%, le prospettive dello storico partito socialista sono piuttosto negative, spaccatosi sulla questione dell’appoggio a Rajoy e in marcia verso l’autodistruzione senza segretario da mesi, mentre Podemos (e alleati) supera ormai il 25% dei consensi alle elezioni nazionali.

In Italia io penso ci siano stati due momenti distinti in cui questo percorso a sinistra si sarebbe potuto concretizzare: la prima volta addirittura in anticipo sugli altri stati europei (biennio 2010-2011) e una seconda volta con un po’ di ritardo nel periodo 2014-2017. La prima opportunità è stata bloccata quando Bersani ha sostenuto il governo Monti nel Novembre 2011. A sinistra del PD a quel punto era già aperto uno spazio politico, occupato in modo soddisfacente da Nichi Vendola e da SEL, come dimostrato da alcuni successi importanti (ad esempio per la regione Puglia e per le città di Milano o Cagliari). Purtroppo in seguito alla formazione del Governo Monti, SEL si trovò nella scomoda posizione di non poter criticare il governo in modo incisivo per non rischiare in questo modo di compromettere la partecipazione alle annunciate primarie di coalizione con il PD. In aggiunta, SEL era per scelta un partito destrutturato, quindi incapace o privo della volontà di entrare nei conflitti sociali in corso e fare da volano, spingendo verso una cooperazione tra lotte locali o sociali di settore altrimenti isolate. Alcuni tentativi (ad esempio l’organizzazione di un fronte sul reddito minimo garantito, le battaglie per l’internalizzazione nei servizi, il tentativo di organizzare un fronte comune sull’alta formazione ecc.) vanno riconosciuti come certamente positivi, ma non furono organici o valorizzati nel partito stesso, quando non apertamente ostacolati in quanto possibile fonte di competitori interni in ruoli dirigenziali. Quando infine -dopo la sconfitta alle primarie e con l’ascesa di Renzi come nuova incarnazione della richiesta della base di una rottura con il passato ad ogni costo- Vendola decise di appoggiare Bersani, senza portare a casa nemmeno una lista minima di obiettivi programmatici, di fatto quello spazio politico che potesse raccogliere i consensi della polarizzazione a sinistra post crisi e catalizzare il desiderio di trasformazione (di “sparigliare”) e scuotere il sistema di potere, venne chiuso. SEL diventò agli occhi di tutti un PD in piccolo e il risultato elettorale si rivelò nell’ormai predicibile milione circa di voti. Ci sono molte attenuanti per le scelte di Bersani e Vendola, che non furono certamente semplici: in questo contesto è sufficiente ricordare la pressione esercitata dal presidente Napolitano e dalla borsa (quindi BOT e debito pubblico) in preda agli speculatori. Tuttavia la responsabilità politica resta sulle loro teste in quanto soggetti con potere decisionale.

Meno interessante e complessa è la storia della seconda opportunità persa dalla sinistra italiana nel periodo 2014-2017. Fallita l’alleanza della coalizione Italia Bene Comune e alla formazione di governi di “grande coalizione” sempre più orientati a destra (l’evoluzione Letta-Renzi-Gentiloni), il drappello di parlamentari di sinistra ha nuovamente perso l’occasione di presentarsi come unificante (o rilevante) nelle lotte aperte su fronti multipli (ad esempio il lavoro con il “Jobs act” o la scuola con “La buona scuola”), confermandosi marginale anche nella battaglia sulla difesa della Costituzione, in cui paradossalmente le destre -per motivi puramente di opportunismo politico di piccolo cabotaggio- sono state determinanti. In aggiunta, a conferma della contiguità ideale tra SEL e PD, la frattura avvenuta dopo le elezioni europee del 2015, con metà del gruppo parlamentare di SEL che cambia casacca a favore del PD.

Al di là delle scelte dei singoli individui, in assenza di una sinistra non corresponsabile (semplifico) delle politiche neo-liberiste e di austerity perseguite dal 2011 in poi, il voto motivato dal desiderio di cambiamento (politico, sociale, nella distribuzione del reddito, nelle dinamiche lavorative ecc.) che avrebbe potuto essere raccolto dalla sinistra ha gonfiato i consensi del M5S per la prima volta già nel 2013, portando poi all’esplosione cinque anni dopo di M5S e Lega (anche questa raccoglie una parte del voto storico del PCI).

Fatto tutto questo quadro io penso sia legittimo dare una riposta alla domanda: cosa rende l’Italia speciale?

Il contesto economico sociale offerto da altri Paesi europei può essere considerato -credo- un buon modello di ciò che sarebbe potuto succedere anche da noi. Secondo me quindi le responsabilità sono chiare: il ceto politico di sinistra si propone e ripropone con liste ondivaghe sul tema delle politiche sociali, delle alleanze, senza un chiaro progetto politico per l’Italia che vada oltre i classici 3 mesi di campagna elettorale e con alle spalle anni di politica testimoniale, marginale e -con poche lodevoli eccezioni di resistenza da trincea dovuta alle capacità di singole persone- spesso inutile.

La responsabilità delle scelte di posizionamento, dell’incapacità di costruire fronti coesi di opposizione o di aprire fronti di conflitto sociale è personale, non è necessitata da strutture economiche o sovrastrutture culturali. Peggio, alcune di queste scelte sembrano motivate da timori personali e incapacità esplicita nel comprendere quali tempi, quali modi e quali obiettivi siano efficaci per uno scopo altro, che non sia quello del mantenimento di un drappello di deputati e senatori “con diritto di tribuna”.

In conclusione, per tornare al punto di partenza di questo post, il comportamento della direzione di Sinistra Italiana secondo me va letto come in linea con questa analisi, per cui onestamente non posso che confermare il mio commento irritato. Anche perché onestamente, andando verso un altro governo di grande coalizione (e.g. Lega+M5S o addirittura PD+Forza Italia+Lega?), farebbe comodo averlo un progetto e sarebbe un atto rivoluzionario se i dirigenti di un partito di sinistra decidessero di organizzare ricomporre i conflitti sociali, piuttosto che i ceti politici.

 

Mar 05 2018

Fosse un infiltrato sarebbe un genio

Non sono il tipo da puntare il dito (non e’ vero, lo faccio in continuazione), per cui la metto in forma di quiz:
  1. Ha eliminato le “Fabbriche di Nichi” nel 2011, ovvero una macchina rodata ed efficiente da campagna elettorale (e non solo), fatta fuori subito prima delle primarie di coalizione a cui partecipava Nichi Vendola.
  2. Ha partecipato (con Vendola, Ferrara e Migliore) alla scelta dei candidati in listino di SEL nel 2012. Meta’ di questi candidati ha poi cambiato casacca in favore del PD dopo circa un anno.
  3. Ha condotto direttamente i negoziati per la formazione della Lista Tsipras nel 2013, portando SEL ad essere l’unica componente tra le tre della lista a non avere un candidato eletto (ovvero nessuna forma di contrasto alla pugnalata alle spalle della Spinelli).
  4. Brevemente in commissione Cultura (2013-2015), in cui lavora ignorando il dipartimento corrispondente nel proprio stesso partito, e privandolo di ossigeno. In questo biennio il governo vara la odiatissima “Buona Scuola”, ma l’opposizione a sinistra e’ incredibilmente incapace di organizzare prima e di capitalizzare poi consensi tra gli scontenti, proporre alternative, farsi portavoce oltre la solita inutile politica di testimonianza.
  5. Coordina la lista LeU e le trattative per la distribuzione di seggi ipotetici tra le due componenti principali (MdP + SI). Al termine di queste trattative, i membri ex-PD ottengono una vasta sovra-rappresentanza rispetto alle indicazioni di voto. Il minuscolo risultato del 4 marzo 2018 ne da’ una chiara misura:Camera:
    Michela Rostan (MdP)
    Stefano Fassina (SI)
    Nico Stumpo (MdP)
    Pier Luigi Bersani (MdP)
    Rossella Muroni (indipendente – Legambiente)
    Nicola Fratoianni (SI)
    Federico Fornaro (MdP)
    Laura Boldrini (indipendente)
    Federico Conte (MdP)
    Luca Pastorino (Possibile)
    Giuseppina Occhionero (da una lista civica nel comune di Campomarino, CB)
    Roberto Speranza (MdP)
    Erasmo Palazzotto (SI)
    Guglielmo Epifani (MdP)
    Senato:
    Francesco Laforgia (MdP)
    Vasco Errani (MdP)
    Loredana De Petris (SI)
    Pietro Grasso (indipendente)
    Ovvero con un bacino di partenza di circa un milione di voti (tanti ne prese Lista Tsipras) e dopo aver preso esattamente un milione di voti, SI ha eletto 3 deputati e 1 senatore. MdP, con un bacino potenziale di… boh? Elegge 7 deputati e 2 senatori. Risultati importanti.

 

#IndovinaChi?

https://parlamento17.openpolis.it/parlamentare/fratoianni-nicola/498902
Si, lo ammetto sono prevenuto, non sopporto quelli che falliscono ripetutamente e restano in posizioni tali da poter continuare a prendere decisioni per gli altri.

Feb 26 2018

A few notes on “Adults in the room”, by Yanis Varoufakis (and why it is important to read it).

Premise: Yannis Varoufakis was Finance minister in Greece for six months after Syriza won the national elections in January 2015. He was the spearhead of the bailout negotiations until he was forced to resign when his plan to restructure the debt was rejected by the EU and eventually by Alexis Tsipras’ Greek government cabinet.

If you are interested in European politics, this is a must-read. Yannis Varoufakis provides an insider view of those infamous months that, despite a bit of naïve self-portrait as spotless hero, is essential to have a picture of the complex economic and human dynamics that control today the European project in particular and the political-economic world in general. Actually, I suggest to read it even if you are interested in politics anywhere else. It doesn’t matter how much you think you already know about what happened during the worst months of the Greek crisis: the white rabbit hole always gets deeper than expected.

Here are my take home messages, which are in part motivated also by my personal (and of course way less dramatic and relevant) political experience in Italy.

  • Politics over economics, OR, nobody really cares about rational or optimal solutions. In his meetings and multilateral sessions, Varoufakis reports his gradual understanding that being “right” on economical-mathematical terms is almost completely irrelevant. His pledge for a plan that includes restructuring the debt is perfectly rational and many seem to agree with him on multiple occasions (e.g. Christine Lagarde, director of the IMF, is reported working with him on such hypothesis). However, a political decision is mainly grounded on ideology, which makes technical and economical non-viable plans become perfectly rational. Greece was considered as both a test-tube and a means to an end. The point was to crash a government that was looking for alternative policies and by doing so send a message to bigger economies (Spain, Italy and France) that no negotiation would be allowed, at any cost. The Greek economy was at best a casualty in a bigger conflict.
  • Winning alone is close to impossible, OR, how easy it is to develop a sieged mentality when you are in fact besieged. The Greek government looked for a solution almost anywhere in the world, hoping to find money to buy (!) them more time to negotiate. However, they were pressed by the German Government and Wolfgang Schauble (the German finance minister), meaning that (Varoufakis reports) even the Chinese government backed down from their proposed intervention in terms of Greek state bond acquisition. After knocking on all government doors, east and west, it became clear that no help would have been provided, because… see point 1. I am surprised though, it seems the Greek government never tried something else. Syriza was of course seen as a potential enemy by most governments in the EU, each worried that their own left-wing parties could win a future election and kick them out of office. Therefore why not trying to put pressure on these governments from within their own countries? E.g. why not pressuring the Spanish government with an alliance with Podemos? Why not trying to talk with the Linke (or maybe even the SPD) in Germany? I don’t think it would have worked easily, but once everything else failed, it seemed like a necessary step.
  • You are entitled to have allies, OR, you are not entitled to have friends. This keeps surprising me, despite the fact that even politicians that have been around the block a few times keep doing the same mistake, so why not Varoufakis, who came from an academic background? Politics is about power and interests, not friendship: those who want to help only because they have established a friendly relationship cannot be relied upon. They do flip if stronger powers or different interests make them. In Varoufakis account this happens multiple times on multiple fronts and he feels betrayed every time.
  • The world is full of happy stooges. The “eastern block” ultra-conservative governments in the EU are portrayed by Varoufakis as unable to express any thought that is not dictated by the German government, up to a point that it becomes almost comical when Shauble and Merkel find themselves disagreeing on key policies. Difficult to be surprised here. However I was a bit surprised by the southern block, which had in theory (rationality again!) all the reasons to help the Greek effort so to have more space for future negotiations of their own. Spain, Italy, Portugal are instead out of the picture. Even France, which could have been a strong player and initially seemed to take a lead, eventually backs down (on this matter the activism of Emmanuel Macron positively surprised me). Due to my perspective, I was avidly curious to know how (ir)relevant the Italian stance had been. Pier Carlo Padoan (Italian Finance minister at the time) is missing from the story with the exception of a couple of anecdotes. In an initial meeting, he suggests Varoufakis to do “like we did”, that is to say, to give away something important to appease Schauble. The Italian Government gave away the workers’ rights to show their good intentions. Because that’s what those rights were for: to prove a point. Finally, in discussing whether or not the Greek people should decide with a referendum on an agreed plan, Padoan is quoted stating candidly: “how could we expect normal people to understand such complex issues?”. Varoufakis is offended by the idea that the general population cannot be properly informed and decide, considering that this is the basis for any democracy. I agree with Varoufakis that Padoan is de facto proposing the end of a democracy, but I also look at this statement from the other perspective. There is something grotesque in a bunch of finance ministers perceiving themselves as some kind of super-humans who are part of the very few initiated in having a real grasp of such complicated matter. I mean, finance!? Seriously?

For those interested in a review:
https://www.theguardian.com/books/2017/may/15/adults-in-room-battle-europes-deep-establishment-yanis-varoufakis-review

Dec 17 2017

Contributo minimale per l’incontro Conoscenza e Cultura organizzato da Liberi E Uguali

Qui di seguito un paio di punti ed una domanda che ho inviato come contributo alla discussione dell’incontro aperto “Conoscenza e Cultura” organizzato dalla lista elettorale Liberi e Uguali.

  1. Vecchi materiali che possono rivelarsi utili. Nel corso degli anni non sono mancate analisi e proposte anche approfondite e molto dettagliate sullo stato dell’alta formazione e della ricerca in Italia, sia in ambito pubblico che privato. Tra i vari sforzi in questo senso c’è un lavoro corale compiuto da associazioni e singoli dottorandi, ricercatori e docenti, coordinato da SEL e pubblicato nel gennaio 2013. I temi affrontati sono quelli noti: precariato, governance, ruolo unico, finanziamenti, diritto allo studio, dottorato di ricerca, sistema degli enti di ricerca ecc. Molti degli autori saranno presenti comunque all’incontro, ma penso condividere questo testo possa essere utile alla discussione per i dati e le proposte riportate: allego l’intero testo a questa mail (scaricabile qui: Libro_Bianco_U_R_SEL_2a_edizione).
  2. Una opportunità unica e senza precedenti nella storia Italiana. La Brexit e l’elezione di Trump in USA hanno avuto una serie di conseguenze in ambito economico e sociale. Tra queste conseguenze, una delle meno discusse è rappresentata da un dato che ha immediatamente interessato i sistemi universitari di entrambi questi Paesi. A causa del clima apertamente ostile ai migranti, sia veicolato da tentativi (più o meno riusciti) di legge, sia di carattere puramente culturale, si è registrata negli ultimi due anni una sensibile riduzione delle iscrizioni e delle richieste di visto di studenti, dottorandi, ricercatori e docenti (vedi ad esempio recenti articoli su Telegraph o NYTimes). Il sistema universitario USA e UK è largamente fondato sul continuo innesto di nuovi talenti formati altrove, per cui questa riduzione avrà effetti sensibili in pochi anni. Nel frattempo si è aperta una opportunità unica per altri Paesi di attrarre questi talenti, arricchire culturalmente ed economicamente l’alta formazione e la ricerca (per il procedimento inverso a quello dei cervelli in fuga) e contribuire ad una rapida internazionalizzazione di un sistema altrimenti fin troppo omogeneo. Nella UE, Germania e Francia hanno immediatamente fiutato l’opportunità e stanno investendo massicciamente nelle loro capacità di attrarre competenze e idee, offrendo fondi, accesso a mezzi e spazi adeguati, corsi di lingua ecc. e ovviamente un percorso rapido di accesso ad un visto di lavoro. L’Italia è completamente assente in questa corsa, nonostante alcune misure posano essere varate rapidamente e a costo zero, come ad esempio garantire l’accesso a visti facilitati, contribuendo così anche a minare la narrativa razzista del migrante/rifugiato che vive di lavori sotto-pagati o di criminalità.
  3. Un problema di competenze della rappresentanza. Il problema della sinistra in Italia negli ultimi 20 anni non è stato relativo alle analisi o ai programmi, quantomeno negli ambiti di Scuola, Università e Ricerca. Al contrario, diversi programmi buoni o eccellenti sulla carta sono stati proposti negli anni, salvo poi restare lettera morta (vedi caso SEL), non solo per mancanza di potere decisionale, ma per esplicita mancanza di interesse e conoscenze da parte dei rappresentanti eletti. A titolo puramente di esempio è sufficiente ricordare come le competenze in ambito scientifico siano spesso ignorate e non di rado osteggiate. La legge contro la sperimentazione animale proposta in questa legislatura ha avuto elementi di sinistra tra i suoi più accesi sostenitori. Fondata su basi anti-scientifiche, pensiero magico (“si può fare tutta la sperimentazione in vitro o in silico”) e su una curiosa versione di cripto-creazionismo (il principio fondante “tutte le specie sono diverse” nega di fatto i meccanismi che regolano l’evoluzione delle specie), è stata portata avanti rifiutando qualsiasi forma di confronto con chi lavora nel settore e ha competenze specifiche di natura teorica e pratica. Il legittimo tentativo di ottenere un diritto di tribuna da parte della lista Liberi e Uguali rischia di replicare metodi e pratiche degli ultimi anni in questa direzione. Chiudo quindi con una domanda aperta: quali misure si pensa di prendere per evitare queste situazioni si ripropongano?

May 10 2017

Benvenuti a Bari, una città tradotta con google translator

Spulciando notizie a riguardo del G7 dei ministri delle finanze, Bari 11-13 Maggio, mi sono imbattuto per caso in un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno. Programma di due giorni di lavori, musica al Petruzzelli, doni agli ospiti, motto in inglese, ecc.

Motto in inglese?! “Welcome to Bari, city of chance, where no one is a foreigner“.

Encomiabile la seconda parte, soprattutto di questi tempi in Italia. Bravi.

Peccato che sia vagamente compromessa dalla prima parte del messaggio. Che vuol dire? Città del gioco d’azzardo? Cerco “city of chance” online: potrebbe trattarsi di una espressione idiomatica inglese che non conosco. Mi ritrovo davanti ad una locandina di “City of Chance”, film hollywoodiano del 1940. Attrice protagonista: Lynn Bari (certe cose non te le puoi inventare), che interpreta una ragazza Texana (dico!) trasferitasi a New York per recuperare il suo fidanzato giocatore d’azzardo incallito. “City of chance” si riferisce a New York o al fatto che il fidanzato fosse un giocatore d’azzardo? Se New York avesse lu mere sarebbe una piccola Beri?

Ma New York ha il mare! Mistero.

A ben guardare nella fotografia riportata con l’articolo, il testo diventa  “city of chances” (plurale).

Forse si intendeva “city of second chances”? Una città che dà ai suoi abitanti una seconda possibilità. Sarebbe una bella cosa! Però forse era una considerazione storica, su come Bari sia diventata importante per una serie fortuita di eventi: “città per caso” (city by chance).

In fondo quello che conta è che nessuno è straniero a Bari. Una città di opportunità per google translator.

Con affetto e un po’ di nostalgia. <3

 

Feb 14 2017

Bandi per giovani (?) ricercatori “Rita Levi Montalcini”, un confronto

Nel periodo post-dottorato, i ricercatori che perseguono una carriera in accademia hanno accesso a finanziamenti (grants o fellowships) e programmi specifici messi a disposizione con bandi in numerosi Paesi. Questi fondi sono concepiti per garantire la possibilità a ricercatori ad uno stadio intermedio della propria carriera (alcuni anni di ricerca autonoma alle spalle, ma non una posizione da strutturato) di fondare un proprio laboratorio. Si tratta di passaggio molto importante perche’ si consente in questo modo ad un ricercatore di condurre un proprio progetto di ricerca in modo autonomo. Un progetto di ricerca infatti prevede spesso costi in termini di apparecchiature (acquisto o affitto), costi di pubblicazione e conferenze, e ovviamente in termini di ore lavoro, per le quali e’ necessario assumere ricercatori con meno anni di esperienza il cui lavoro sarà poi supervisionato.

In molti Paesi, a questo passaggio importante corrispondono finanziamenti altrettanto importanti. Molti, ma non tutti.

Facciamo qualche esempio di fondi dedicati a ricercatori con gli stessi anni di esperienza:

Unione Europea, Starting Grants (call europea 2016:  http://ec.europa.eu/research/participants/data/ref/h2020/other/guides_for_applicants/h2020-guide16-erc-stg-cog_en.pdf ). € 1.500.000, per un periodo di 5 anni, con la possibilità di richiedere ulteriori € 500 000 per l’acquisto di macchinari specifici. Eleggibilità: dottorato di ricerca conseguito tra i 2 e 7 anni prima dell’anno di partecipazione al bando.

Germania, Sofja Kovalevskaja Award, (call 2016: https://www.humboldt-foundation.de/web/kovalevskaja-award.html): € 1.650.000, per 5 anni. Eleggibilità: dottorato di ricerca conseguito entro i 6 anni prima dell’anno di partecipazione al bando.

United Kingdom, “Investigator Awards in Science”, offerto dal Wellcome Trust (due call annuali: https://wellcome.ac.uk/funding/investigator-awards-science): : da £ 500.000 a 1.500.000, per un tempo variabile fino a 7 anni. Eleggibilità: non specificata. Durata e fondi sono solitamente proporzionali all’esperienza maturata dal ricercatore.

Italia. Programma reclutamento giovani ricercatori “Rita Levi Montalcini” 2016 (call aperta fino al 15 marzo 2017: http://attiministeriali.miur.it/anno-2016/dicembre/dm-19122016.aspx ): € 208.000, per 3 anni (ovvero 5mln di euro per 24 borse). Eleggibilità: dottorato di ricerca conseguito successivamente al 31 ottobre 2010 ed entro il 31 ottobre 2013.

Tralasciando il fatto che con 4-7 anni di esperienza PostDoc, solo in Italia si viene chiamati “giovani ricercatori”, capisco bene che se non si e’ del settore, i 70mila euro l’anno offerti dal bando italiano possono sembrare anche tanti. Facciamo quindi qualche conto.

Un assegno di ricerca minimo costa circa 20mila euro l’anno (lordi) e andrebbe utilizzato ad esempio per il primo anno di un dottorando (a suo tempo la dicitura infatti era “in formazione”). Il programma italiano quindi consente a chi vince i fondi di pagare il proprio stipendio (intorno ai 35mila, lordi) ed un assistente di ricerca full time. Restano in budget 15mila euro. L’affitto di una sessione singola in uno scanner fMRI (per citare esempi di spese che potrei dover sostenere io) puo’ costare tra i 200 e i 500 euro l’ora, a seconda delle relazioni tra ente di ricerca e ospedale. Uno studio singolo impiega di solito 25 soggetti per almeno 50 ore di scanner, in uno studio senza confronto tra condizioni. A questo costo bisogna aggiungere una retribuzione per i volontari, di solito intorno ai 10-20 euro l’ora, assumendo che non ci sia anche da includere spese aggiuntive (ad esempio, per l’impiego di un farmaco). Uno studio preliminare in fMRI, ridotto all’osso, assumendo che non sia necessario organizzare un pilota per testare il task in uso e assumendo che non ci sia nessun contrattempo (ad esempio se un soggetto scopre di essere claustrofobico, i dati non vengono raccolti, ma l’affitto si paga ugualmente), quindi costa 10500 euro. Una pubblicazione open access in media costa ormai 1500-2000 euro, per cui quello stesso studio, una volta finito e pubblicato, raggiunge un costo di 12000 euro. Rimangono 3mila euro con cui pagare ad esempio la licenza di software come Matlab, oppure l’accesso ad un server per l’analisi dati. Non ci sono fondi per una conferenza o per l’acquisto di computer su cui condurre il lavoro.

Ed ecco finito il budget annuale. Uno studio, una pubblicazione, un assegno di ricerca all’anno. Con questi strumenti si compete di fatto con i colleghi che lavorano all’estero, che sono in grado di condurre esperimenti multipli contemporaneamente, possono collaborare con altri laboratori e supervisionare il lavoro di studenti e dottorandi.

Rientro dei cervelli?

Nov 27 2016

An open letter for my liberal (non-socialist) friends about Castro

It seems the death of Fidel Castro is controversial among liberals: is it allowed to praise the historical and political figure for the good reforms he brought to Cuba or shall we condemn the man for the violence used in the process and the targets of this violence?

Politically and historically, I consider Fidel Castro a peer of figures like Nelson Mandela (who was one of Castro’s friends and open admirers). This is despite the two main flaws that I have read these days are associated with the Cuban: namely, the persecution of minorities, and in particular the LGBTQ+ community, and the oppressive authoritarianism that prevented the development of a democracy in Cuba. Both accusations simply mean Castro’s government has denied fundamental human rights in Cuba.

The first accusation mainly concerns the use of labor camps (UMAP) between 1965 and 1968. Homosexuality in general was illegal in Cuba until 1979, but the real cultural shift started in the 90s, whereas the cultural campaigns against discrimination started in the ’00s. Cuba still awaits a law that would make same-sex unions legal (neither marriage nor civil unions are allowed) and LGBTQ+ political activism has been recognised only in the late ’00s. Fidel Castro himself has been in power starting from 1961, until 2006, so he is personally responsible for the UMAP and he took full responsibility for the persecution of the LGBTQ+ community, calling it “a great injustice”. A crime it was. Yet it might be helpful to establish a comparison with contemporary laws in other countries. With very few exceptions (e.g. decriminalisation of “sodomy” in France took place immediately after the French revolution in 1791, in Italy, after unification in 1889), homosexuality (usually referred to as sodomy at the time) was considered illegal in a vast majority of countries well into the XX century. In England and Wales homosexual relations were illegal until 1967 (Scotland only joined decriminalisation in 1980, for Northern Ireland it was necessary a pronouncement of the European Court of Human Right, in 1981). In USA, sodomy was a felony in every State up until 1961, punished with imprisonment or hard labour. The first State to start the race for decriminalisation is Illinois in 1961, California will follow only in 1975. In general homosexuality was considered as mental illness in most world countries up until the 90s, when many started adapting to the WHO which removed homosexuality from the International Classification of Diseases in May 1990. Even in countries where it was formally legal, being openly homosexual would put any person at life risk. I have to mention Pasolini, poet, film director, writer, prominent intellectual figure in Italy, killed in 1975 for being communist and for being openly gay, who was also isolated by a significant part of the Italian communist party because of his sexual orientation. Still today the LGBTQ+ community is actively discriminated in many “occidental” countries. Does this make Castro’s government decision on the matter less of a crime? Of course not. But I have yet to hear somebody criticising (for instance) JF Kennedy for having allowed the incarceration and discrimination of homosexuals in the US during his presidency.

The second argument concerns the development of democracy. A fact often ignored is that Castro did not seize power immediately after the revolution. The first president in a provisional government in Cuba in 1959, after the dictator Batista was overthrown, was Manuel Urutia Lleo. Of course Castro was the head of the revolutionary army, so he was extremely influential on that government and he was planning to have an easy win at the elections, in particular thanks to very popular agrarian reforms. The situation evolved rapidly when some of the economic reforms strongly wanted by Castro and the marxist group found the opposition of part of the government which was afraid they would have caused a US intervention to protect their interests in the area. Castro then became prime minister in the provisional government and only in 1961, after the bay of pigs invasion, he took complete control and committed to a socialist state organisation, rather than a social democracy. It is easy to forget today that the cold war at the time was anything but “cold” for most of the countries involved. There were actual plans to subvert freely elected governments if the local population had dared to turn towards the non-aligned socialist, social-democratic or communist parties. I am Italian and operation Gladio comes to mind or the military junta in Greece. The equilibrium in South America was strictly controlled at least as much as it was in Europe. What would have happened to Cuba if Castro had not aligned with the USSR or had decided to give space to free elections, say, 10 years later, in the 70s? It is not absurd to imagine an argentine scenario and a “National Reorganization Process“, or a Chilean scenario with a coup followed by dictatorship, or even a Colombian scenario, with multiple factions at war for decades. Not to mention what was happening in Vietnam. Why am I sure these scenarios may have been also valid for Cuba? Because there were already plans in that sense, before and beyond the bay of pigs invasion. What about the ’80s? Reagan and the funding of terrorist organisation like the Contras still don’t speak in favour of a peaceful transition. I am not naive, I am not making the point that imperialism was just on one side, but merely stating the obvious: either Cuba had aligned on one side or it would have been crushed by the other.

I will not make it too long. I guess what I am trying to say is that I agree with those who think socialist utopias should be compared with the highest imaginable standards. We should point out the mistakes and the crimes that have been reported. Finally, I am sincerely troubled by the fact that these revolutionary figures, despite having incorporated feminism for more than 50 years, failed completely to see the crime they were perpetrating against the LGBTQ+ community.

BUT

But there is as much a lie in pretending that the whole story is limited to these crimes as much there would be in denying them. If we consider access to education, literacy levels, health access, primary care and preventive care, gender equality and women’s rights (here a full length work on the issue), the overall human development indexcommitment for social justice everywhere in the world and the fight against hunger or climate change, Cuba has much to teach to us all. This is the only country in the world meeting both the criteria for “very high human development” and and those for ecological sustainability. There is something humbling in a country that has planned to have as first export its medical doctors and medical skills and that provides assistance to anyone requires it, including US citizens when the Embargo was still fully operational. This is particularly astonishing considering the starting point of this Caribbean country with little resources, which started from a quasi-feudal economic system in the ’50s and has been significantly slowed down by the US embargo. It is not absurd to assume that, without the revolution, Cuba today would look at health, education, living and economic standards similar to those of Haiti, incidentally demonstrating that multi-party elections do not necessarily provide human rights.

Finally there is a reason why Castro is today mourned in the “south” of the world. That “third world” that has struggled for the best part of the last 100 years to get it’s own independence. Countries who paid their attempts to freely govern themselves with brutal wars, mass murders, torture, incarcerations and ethnic cleansing. This is the same reason why Mandela admired Castro: he represented a victorious attempt and by this mean, he represented hope. He was living proof that, against all the odds, a small group of determined rebels, winning the support of the general population in the farms and the factories, could overpower colonialist and imperialist interests and the greed of rich and powerful multinational corporations. This hope resonated in south America as much as in Africa, where Cuban military trainers helped insurgents against the European and South African (before the end of the apartheid) colonialist aggression.

The powerful message that elsewhere has been stopped by killing the figure representing it (think about the very different and commonly tragic end of Guevara, Sankara, Lumumba or Allende), has been this time only stopped by age.

I cannot but hope for better political figures to admire for the XXI century, but I won’t deny the past ones their merits.

 

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From left to right: Romano Prodi, Fidel Castro, Nelson  Mandela, Fernando Hernique Cardoso (photo shot in 1998)

Nov 10 2016

Elections USA: popular vote, rust belt and the Californian Effect

First things first, I have written another couple of posts in this blog in which I was explaining why I was sure Trump could not win the elections in USA. In a few words I thought that he was going to be perceived as so damaging for the economy, that by the day of the elections the many economic powerhouses in the US would have all supported Clinton. My reasoning was that populism as we are experiencing in Europe would have also been tamed at least in part thanks to Obama’s policies, which have not granted redistribution (he did not have the majority at the House to be fair) but they still are far better when compared with the austerity measures that have characterised the EU since the crisis in 2008. Well, I was wrong, so I need to cope with the results. One way I have been taught in Italy, is to analyse the data. If interested, you can download the raw data I collected from wikipedia on the elections from 2000 to 2016, HERE.

I have updated post a couple of times, with new images and data, to include results variation after they have become available. Last update, December 1st 2016.

The overall turnout (54%, 135.7 mln ballots) started circulating almost immediately, jointly with it the result of the “popular vote” which gave initially a small margin in favour of Clinton (initially estimated at 200’000, it is now close to 2.5 million). Despite a contained loss of votes in comparison with Obama 2012 (around 1 mln), she ended up losing the elections anyway. Possibly due to the initial results, which gave an estimated difference close to 5 mln votes in the comparison between Clinton 2016 and Obama 2012, many jumped to the conclusion that the election was lost either due to her being unable to attract voters or due to the usual “liberals” who decided to screw the world not showing up for the elections or voting for third parties. Bernie Sanders voters, millennials, somebody has to be blamed:

voteoverall2016

It is of course an oversimplification of what actually happened. First of all it turns out the turn out (!) is not as low as it might be considered when comparing the result with the elections involving Obama. Let’s go back a few more year and we see something different: the average across all candidates is 60.5 mln (median at 61.5) with Clinton above the average, and Bush 2000 as negative outlier. In a few words, Clinton is on the high end of the amount of votes you would expect from a winner of the presidential elections since year 2000.

voteoverall2016b

Where is the problem? The distribution of the votes in USA is much more important than the total number. Clinton might have had ten millions votes more than Trump and she could still be defeated, if those votes were all coming from States she has won. This is why the total number of ballots is little informative and we can have a better grasp of what happened in a State by State comparison:

votestatebystate2016

Initially this article pointed out that California, NY and WA, which were all won anyway, were responsible for most of the loss of votes in the comparison between Clinton 2016 and Obama 2012. Initial data pointed towards a combined loss of around 3 mln votes in these three States, making up most of the supposed 5 mln votes of difference with Obama (thus the “California effect” in the title, since it looked like Clinton was 2 mln votes “short” in California alone, in comparison with Obama). As you can see in the chart above, this is not really the case, as it was simply an effect of delayed ballot counting (why does it take so much time anyway?). Actually, Clinton managed to get more votes than Obama in California (+0.7 mln), Florida (+0.25 mln) and Texas (+0.55 mln).

Trump on the other side gained 1.25 mln votes in total (across all States) in comparison with Romney 2012, with the only significant negative comparison in California (-0.5 mln), which means that he has lost votes where it doesn’t hurt and he has gained in those States that required it in order to win the election. Among these, Florida (+0.45 mln) was a key one, since Trump would have lost the State should he have received the same ballots received by Romney in 2012. Yet, many argue the key of the election is elsewhere.

Before the elections, Michael Moore wrote a list of five reasons to explain why Trump could win the elections. The first point concerns the so called rust-belt: Pennsylvania, West Virginia, Ohio, Indiana, Michigan, Illinois, Iowa, and Wisconsin. is the industrialised area of the US where coal mines, steel production and car manufacturing has been damaged by ’90 liberalism and the competition that has pushed down salaries or triggered outsourcing. The chart for these states is basically self explanatory:

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The eight states are represented in alphabetical order: Illinois, Indiana, Iowa , Michigan, Ohio , Pennsylvania, West Virginia, Wisconsin. Red bars represent the votes for the republican party in a comparison between Trump 2016 and Romney 2012. The blue bars represent the votes for the democratic party, in a comparison between Clinton 2016 and Obama 2012. Of these eight, Iowa (bar n. 3), Michigan (4), Ohio (5) , Pennsylvania (6), and Wisconsin (8) “changed colour” this year. So it is true Clinton did not manage to keep the democratic voters losing 1.53 mln votes in the eight States. Unfortunately it is also true that Trump managed to increase votes in comparison with Romney, gaining 0.8 mln in the same region. The result on these States implies some voters may have actually changed party. Honestly, I don’t see that as very likely: these might simply be new voters for Trump and lower turnout for Clinton. In any of these cases, considering the result, the next elections will see candidates that will try the same path as Trump, at the local or at the national level (a few weeks after writing this article, some extra data have been analysed by Slate, focusing on voters making $50000 per year or less).

It is difficult to establish a single cause for Clinton decrease and Trump success in these states. It is probably an effect of multiple converging factors. Among these, those highlighted by Micheal Moore are very likely to have played an important role. Probably, it is also necessary to add old fashion racism to the equation, So that the rural (white) America, which felt the loss of power with Obama (I am thinking north Florida), plus the impoverished (white) middle class (rust belt) screwed it up for everybody else. One last consideration for this specific elections: considering the small amount of votes that made the difference in so few states, I would be happy to blame the FBI as well. This hypothesis is also supported by the data showing the undecided voters who made up their minds in the last week, were mostly in favour of Trump.

PS this is also meant as a response to an article by an Italian Blogger I often read and appreciate.

Nov 03 2016

Referendum Costituzionale 4 dicembre. Voto NO

I motivi del mio voto NO al referendum Costituzionale del 4 dicembre li appunto qui in tre pillole.
  1. Le modifiche proposte sono pasticciate e poco chiare (qui un confronto tra Costituzione attuale e Costituzione post-riforma: le modifiche all’articolo 70 sono ormai famose, ma non sono le uniche). In particolare, modificando le funzioni di Camera e Senato con percorsi legislativi multipli non ben definiti, si rischia di compromettere la capacità di legiferare del Parlamento senza che questo rischio sia bilanciato da alcun vantaggio di natura pratica o teorica. Anche il tentativo di ottenere un premierato forte mi spaventa poco, proprio a causa della intrinseca confusione con cui è scritta la riforma. Paradossalmente questa costituirebbe una protezione parziale in scenari probabili di combinato con legge elettorale distorsiva della rappresentanza, come l’Italicum. La Costituzione deve prendere in considerazione l’eventualità di futuri governi populisti in Italia, una difesa derivata dalla confusione non sarebbe affatto ottimale, ma mi pare permetta di mettere in secondo piano il problema delle derive autoritarie.
  2. I problemi economici e sociali italiani sono tutti di natura politica e non istituzionale. Cercare di risolverli con una modifica dell’assetto istituzionale è formalmente sbagliato, oltre che necessariamente fallimentare.
  3. Anche se nel merito la riforma fosse valida (e per i due punti precedenti non lo è), il metodo con cui è stata proposta è complessivamente deleterio per la coesione sociale. La maggioranza ha imposto la riforma sulla base di accordi interni, ignorando la ricerca di un accordo con le opposizioni o con la cosiddetta società civile, entrambe sarebbero state necessarie non trattandosi di una semplice legge ordinaria. A peggiorare le cose, il Parlamento che ha votato favorevolmente la riforma a maggioranza è tecnicamente delegittimato in quanto eletto con legge elettorale dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale. Anche qui, non trattandosi di legge ordinaria, la modalità con cui è costituita la rappresentanza del popolo nel Parlamento deve essere tenuta in considerazione. Esempi recenti di tentativi di modifiche costituzionali compiute a maggioranza (penso ad Egitto e Turchia) avrebbero dovuto far riflettere.

Tre punti semplici che mi spingeranno a votare NO da emigrato, avendo a cuore il futuro del mio odiato/amato Paese.

Tutto ciò premesso, non disprezzo o insulto chi deciderà (sbagliando) di votare SI, spinta/o da valutazioni diverse. Mi fanno invece incazzare i tifosi di entrambe le parti, quelli che riducono un fatto cosi rilevante come la modifica della Carta Costituzionale ad una gara di purezza propria e tossicità altrui. Il problema non sono le emozioni o l’aggressività in sé, ma una scelta ideologica di fondo. La sinistra deve formare il popolo e fornire strumenti volti a scelte ragionate, anche emotive e aggressive, ma mai irrazionali o personalistiche e soprattutto mai basate su atti di fiducia verso un capo. Lo sfruttamento delle reazioni “di pancia” e della rabbia sociale cieca contro una fazione “altra”, vista come inquinante della società, è tipico della destra populista o cosiddetta sociale. A questa destra si porta acqua con una campagna da tifosi, a prescindere dalle intenzioni.

PS per concludere, qui un vademecum più ragionato, ma comunque molto semplice, realizzato da Libertà e Giustizia: http://www.libertaegiustizia.it/2016/07/01/y/

costituzioneitaliana

Oct 02 2016

Trump è un Berlusconi, gli USA non sono l’Italia

Le somiglianza ideale dei percorsi e dei personaggi politico-mediatici che caratterizzano Trump e Berlusconi sono state evidenziate sin dalla “discesa in campo“, durante la corsa per le primarie e più di una volta e da testate diverse anche non particolarmente schierate o apertamente conservatrici (anche Stille sin dal 2015, qui in traduzione).

Scovare similitudini non richiede un esercizio particolarmente raffinato dell’immaginazione. Berlusconi e Trump sono entrambi egomaniaci, refrattari al rispetto delle leggi e delle regole, si vantano di aver evaso le tasse (vedi: Trump o Berlusconi) e pianificano leggi per eluderle con maggiore facilita’, hanno un’idea della donna come elemento decorativo e di “conquista”, fanno appello alle emozioni più basse della popolazione, indicano in capri espiatori le cause di problemi strutturali come la disoccupazione, costruiscono sulla paura del diverso, accolgono senza rimorsi i voti dei fascisti (white supremacists/KKK in USA), soffrono di un razzismo perlomeno latente, sostengono di essere in grado di governare in virtù della -in verità scadente- esperienza di costruttori e investitori in real-estates, mentono senza ritegno e si contraddicono in continuazione senza provare vergogna o senza rendersene conto ecc. ecc. ecc. Anche le battute che fanno sono dello stesso genere (ignobili).

La differenza non e’ quindi nella tipologia di personaggio, ma nella risposta che il rispettivo Paese dà a questo genere di personaggi. In particolare e’ interessante la risposta che la destra conservatrice e liberista, quella dei “poteri forti”, ha dato in Italia e sta dando in USA.

In Italia la destra abbracciò Berlusconi come un salvatore, gli imprenditori lo riconobbero come uno dei loro, che avrebbe eliminato vincoli (i famosi “lacci e lacciuoli”) e fondamentalmente permesso a tutti di evadere il fisco. La mancanza tanto di un “senso dello Stato” quanto di un progetto di sviluppo per il Paese non preoccupò il nostro gruppo dirigente pubblico o privato/industriale. Confindustria sosteneva Berlusconi perché in fondo contava in una convergenza naturale di interessi o al più di poterlo controllare e così strappare eliminazione delle tutele dei lavoratori, riduzione delle tasse e liberismo senza vincoli. È stato necessario passare attraverso anni di governo prima che la leadership industriale cominciasse ad accorgersi che non solo non fosse possibile controllarlo, ma di come Berlusconi fosse interessato unicamente a favorire i propri affari e soddisfare la propria egomania, anche a costo di danneggiare l’intero Paese.

In USA la risposta della destra conservatrice è molto più ostile. In parte c’è il riconoscimento di valori diversi: Trump è un avventurista di NY che ha costruito la propria fortuna anche sfruttando a proprio vantaggio lacune e loopholes che gli consentivano di massimizzare il proprio guadagno a spese della comunità. Chi esce da una tradizione liberale (non liberal) americana o conservatrice di origine central o mid-west non lo riconosce come suo portavoce. Ma secondo me c’e’ anche qualcosa in più: una parte consistente dei poteri forti americani ha riconosciuto in Trump un pericolo proprio per la sua completa incapacità di mostrare un progetto di sviluppo del Paese e per la manifesta incapacità che avrebbe nel gestire le relazioni internazionali (che sarebbero simili a quelle tenute da Berlusconi: relazioni personali amicali e svendita degli interessi nazionali). Il ricco 1% e le corporations sono stati responsabili della deregulation, dell’aumento della disparità sociale e della concentrazione delle ricchezze nelle proprie mani a partire dagli anni 80, ovvero la lotta di classe dei ricchi contro i ceti medi e lavoratori. Tuttavia mi pare una parte di questi poteri forti sia consapevole dell’esistenza di un limite. Sono cioè in grado di riconoscere che il Governo di un Paese debba essere in grado di funzionare per poter garantire la prosecuzione del business.

In questo senso Clinton fornisce garanzie incommensurabilmente maggiori.

In fondo la conclusione di questo discorso e’ semplice: prendiamo per il culo gli americani come bifolchi perché litigano su leggi che riguardano i fucili d’assalto venduti con meno vincoli delle sigarette (non è una battuta), ma l’Italia nelle sue classi dirigenti odierne (industria, mezzi di comunicazione, associazioni ecc.) è priva anche di un utilitaristico senso dello Stato, talmente rozza e incompetente, che finisce con l’essere incapace di tutelare i propri interessi sul medio-lungo periodo.

Per finire, Trump, rispetto a Berlusconi, non ha ancora capito il vantaggio nell’avere alleati in fase di elezioni, da mettere all’angolo dopo le elezioni. Berlusconi stringeva alleanze con Lega e Alleanza Nazionale (ideologicamente agli antipodi all’epoca), mentre Trump litiga con i governatori di Stati chiave.

Vaticinio: Trump perderà.

A meno che su Clinton non riescano a trovare qualcosa di disastrosamente osceno per il pubblico americano. Tipo, un tradimento, uno scandalo sessuale…

Detto tra noi, pensavo anche che nel referendum per la Brexit avrebbe alla fine contato il peso dei cosiddetti poteri forti per il no. Alla fine questi hanno invece dimostrato di aver perso il controllo sul mostro del populismo (da loro generato). Magari è che invecchiando divento ottimista.

 

PS queste riflessioni sono nate dopo aver letto un commento di Robert Reich che seguo su Facebook. Questo:

In the 34-year history of USA TODAY, the Editorial Board has never taken sides in the presidential race. Today it broke that tradition:

“This year, one of the candidates — Republican nominee Donald Trump — is, by unanimous consensus of the Editorial Board, unfit for the presidency. From the day he declared his candidacy 15 months ago through this week’s first presidential debate, Trump has demonstrated repeatedly that he lacks the temperament, knowledge, steadiness and honesty that America needs from its presidents.”

You can read the entire scathing editorial below.

Oh, and by the way, The CINCINNATI ENQUIRER, which has supported Republicans for president for a century, has now come out against Trump and for Clinton. The DALLAS MORNING NEWS, which hasn’t recommended a Democrat for the nation’s highest office since before World War II, has now come out against Trump and for Clinton. And, as I told you yesterday, The ARIZONA REPUBLIC, which has never endorsed a Democrat over a Republican for president in 126 years, has come out against Trump and for Clinton.

If common sense any longer has any sway, Trump is toast. But does it?

Questo invece l’articolo di USA TODAY a cui Reich si riferisce.

trump_berlusconi

 

Immagini tratte dalle rispettive pagine in wikipedia.

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