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Sep 27 2010

L’Italia è cattiva: la parola non basta

Circa tre mesi fa, Barbara di AtlantideZine mi ha chiesto di recensire un libro-dvd edito da Einaudi: “La parola contro la Camorra”, di Saviano.

Sono andato in crisi: scrivere di Saviano non è facile, specie se dopo aver letto ed ascoltato non riesco ad essere d’accordo sulle sue conclusioni. Devo forse finire nel novero di coloro che lo criticano in modo strumentale perché (nel caso migliore) cercano così di ritagliarsi un piccolo spazio attaccando una persona famosa?

D’altra parte il punto che voglio sottolineare è per me molto importante e investe solo l’ultimo passaggio di un ragionamento che altrimenti condivido: una volta che la parola è intervenuta a dare una rappresentazione più vicina al reale, una volta che è stata compiuta una analisi di un fenomeno umano che si vorrebbe raggiungesse la sua fine, che fare?

E’ ovvio che per me la risposta ricade nell’azione politica: dovremmo sentirci tutti investiti della responsabilità di agire.

Whether ’tis nobler in the mind to suffer
The slings and arrows of outrageous fortune,
Or to take arms against a sea of troubles
And, by opposing, end them.

Questo l’articolo, apparso oggi su Atlantide (riporto qui di seguito il testo per archivio):

http://www.atlantidezine.it/gomorra-roberto-saviano.html


La domanda è: perché chi gode di un grande potere (criminale) sente la necessità di sminuire, denigrare o addirittura condannare a morte un semplice scrittore?
A partire da questa domanda si aprono i due lunghi monologhi presentati da Einaudi nella veste di libro e dvd.

Per rispondere, è necessario partire dal successo nazionale e internazionale di Gomorra.
In quel libro, Saviano ci ha svelato le meccaniche intorno alle quali ruota l’organizzazione criminale nota come Camorra: un misto di potere e denaro, controllo del territorio e business con ogni mezzo, in ogni possibile dimensione offerta dal capitalismo contemporaneo, anche a costo della vita propria e di quella altrui.

In pochi anni, Gomorra non è solo diventato un caso editoriale: è un fenomeno culturale e sociale, lo squarcio del velo opprimente che cristallizzava la rappresentazione delle organizzazioni criminali in una visione epica, a tratti romantica. Saviano ci descrive invece una Camorra reale e la rappresenta nella sua concreta brutalità, nella sua quotidiana gestione di capitali enormi, distribuiti in interessi nazionali e internazionali eterogenei.
In Saviano l’epica si sposta dai protagonisti criminali – con le scalate al vertice tipiche della narrazione cinematografica- alla prospettiva di chi è coinvolto suo malgrado nel circuito malavitoso, perché semplicemente vi vive all’interno e non può che osservarne le dinamiche o prendervi parte come ultima ruota del carro, come esistenza che più di altre è dispensabile nei confronti degli interessi in gioco.
Una prospettiva che porta chi legge o -come in questo caso ascolta- questo autore a diventare egli stesso uno spettatore o una vittima del conflitto che ha provocato 4000 morti nella sola Campania negli ultimi 30 anni (oltre 10’000 tra Sicilia, Calabria e Campania: un computo che supera i morti nelle zone di molti conflitti riconosciuti).

Qui è il punto, perché di libri e articoli che abbiano parlato di camorra in modo chiaro e competente se ne possono contare diversi. Ma non è solo un problema di contenuti, il problema è che questa narrazione da New Italian Epic (come definito da WM1 su Carmilla ormai un paio di anni fa) permette a delle storie apparentemente molto particolari, e contestualizzate nel microcosmo campano, di avere cittadinanza universale, superando le barriere generate attorno a un linguaggio così specifico, al punto che il termine stesso “camorra” sia considerato d’uso straniero.

“Il Sistema” -la Camorra- non gradisce che all’esterno sia comprensibile il proprio lessico e che siano svelati i codici in base ai quali comunica e agisce. Questa rappresentazione così reale la sminuisce, la rende un fatto umano, la priva dell’alone di mito e potere che circonda i boss, evidenziando la vita miserabile della stragrande maggioranza degli affiliati.
Non si può concedere che, una volta trovata la guida al suo vocabolario, ci sia chi si prenda la briga di accompagnare il lettore/ascoltatore nei meandri del suo mondo.
Per poter prosperare, questo Moloc così umano ha bisogno di degrado dove andare a pescare la propria manodopera e di silenzio, perché chi compra capi d’alta moda spendendo migliaia di euro non sappia quale sia stato il percorso della loro fabbricazione.

Saviano mette, quindi, in pericolo gli interessi di molti e deve essere distrutto, se non fisicamente, almeno moralmente, in modo che il valore delle sue parole sia depotenziato.
Autorità o vita: le parole di Saviano ci accompagnano attraverso la storia recente, mostrando come sia estremamente difficile per chi combatte il potere riuscire a godere di entrambe le cose allo stesso momento (gli esempi di Falcone e della Politkovskaja appaiono entrambi inquietanti nel loro epilogo). Ai morti si concede più facilmente l’autorità, perché se ne possono distorcere le parole. Da qui la battaglia di Saviano, che deve difendersi dalle accuse di opportunismo, di “furbizia” (in quella accezione negativa tipica italiana) e in fondo, deve difendersi dall’unica vera accusa che sottostà ad ogni altra, ovvero quella di essere riuscito a raggiungere un pubblico così ampio, di aver parlato e svelato quello di cui è a conoscenza a così tante persone, in tutto il mondo.

Ci vuole molto coraggio per continuare a combattere questa battaglia dagli esiti incerti, soprattutto sul piano personale: il nostro compito (di tutti coloro che hanno in sé un minimo sentimento di democrazia e giustizia) è quello di tenere accesi i riflettori su Saviano, per dargli la possibilità di vivere e continuare a raccontare, come sa fare.
Ma non possiamo accontentarci di fare questo: la parola, la narrazione e l’analisi, sono strumenti necessari ma non sufficienti a modificare lo stato delle cose.

In un passaggio, Saviano sbatte in faccia al lettore/ascoltatore un verità dolorosa: l’Italia è un Paese cattivo. Non tanto per via dei suoi molteplici Moloc, ma perché da un lato pensa di alimentarli per trarne vantaggio personale e perché dall’altro ha smesso di provare a mettere in campo delle forze che siano in grado di provare a distruggerli.

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