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Dec 15 2010

Estensione del dominio (della lotta?)

L’esclusione dalla partecipazione ai processi democratici genera frustrazione: la frustrazione condivisa e diffusa è pericolosa. Non è possibile prevedere in cosa possa confluire, specialmente in Italia.

Il sistematico degrado delle condizioni di vita generali e la perdita di prospettive di miglioramento futuro sono esasperati in questi anni dalla ostentata occupazione da parte dei poteri forti, con ogni mezzo lecito e illecito, di ogni posizione residuale di controllo. A questa condizione si aggiunge il comportamento di chi avrebbe il compito di opporsi e invece viene visto trasformarsi in un clone più debole del potere dominante, tramite la replica del modello di organizzazione.

Un intero apparato di personaggi decadenti o in decadenza, generalmente riconosciuti come contraddistinti dall’unica caratteristica di essere portatori di legami personali, ricattabili e comunque servili e che quindi non possano ostacolare il tentativo ossessivo da parte dei pochi al comando di conservare la propria posizione. La costruzione di un potere omogeneo intorno ad una singola figura diventa il fine e non più un mezzo: un fine che impone da solo ideologia e visione del futuro, lasciando che l’unica cosa egemonica sia ormai il potere in quanto tale.

Da qui rabbia e violenza anti-sistema, non a caso esplose in vari Paesi d’Europa, con vari gradi di intensità, secondo le culture locali. Di certo è interessante che nel nostro Paese la miccia possa essere accesa anche da chi detiene il potere, ma ciò che conta qui non è l’ultimo anello della catena causale (provocatori, fascisti, infiltrati…): quella è una domanda che va bene per chi si occupa di giudiziaria o di cronaca. La politica si deve porre oggi il problema temporalmente successivo: per dirla con una citazione famosa negli anni ’90: il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Quindi che succede una volta che la miccia è stata accesa e se siamo ancora in tempo per disinnescare l’esplosivo, così che la miccia non serva più a niente.

Propongo qui di seguito un racconto di quello che è stato a Roma il 14 dicembre (lo rubo ad una mailing list di ricercatori precari all’insaputa dell’autore, spero non gli dispiaccia):

Senza alcun giustificazionismo ma con sincerità.

E’ successo qualcosa di nuovo. Chi era ieri in P.zza del popolo e in via del Corso non ha visto degli infiltrati, tanto meno dei “gruppetti” di black blok, ma una piazza di migliaia di persone che incitavano gli scontri di almeno altre centinaia di persone. Il corteo ha attaccato la polizia, non il contrario, e quindi anche ogni lettura in termini “reattivi” o di “comportamento delle forze dell’ordine” salta. Il modo in cui sono saltate le mediazioni (“uniti contro la crisi”, CGIL, ecc.) è stato impressionante. Ieri una nuova generazione si è presentata, forse nel modo peggiore, ma lo ha fatto.
Bisogna rifletterci a freddo. Rimane il fatto che un comunicato che divida violenti/non violenti, infiltrati/manifestanti buoni, ecc. ecc. oltre a mancare il punto dice una cosa non vera.
Questo fuori da ogni apologia. Chi mi conosce sa che non sono propenso alla guerriglia urbana.

Voglio ribaltare lo slogan sposato da SEL: c’è una Italia peggiore.

Nelle piazze c’è la reazione a questa Italia: una risposta che a tratti diventa anche rabbiosa e scomposta, perché questo è sentito come unico canale di reazione possibile a chi è in uno stato di bancarotta etica, ma ha potere di decidere dei destini di tutti, compresi coloro che sono al di fuori da ogni processo democratico. In altri termini, un paio di decenni di compressione degli spazi di democrazia iniziano a presentare il loro conto e non è dato sapere cosa ne può venir fuori.

Non si tratta di giustificare la violenza, si tratta di affrontare la realtà dei suoi meccanismi: abbiamo ancora tempo, ma che sia chiaro dove stanno le responsabilità. C’è chi può decidere di aprire spazi e invece li chiude e chi, trovando gli spazi chiusi, finisce con il rivoltarsi.

Non facciamo l’errore di pensare che SEL possa essere tangente a tutto questo: ci siamo dentro fino al collo e dobbiamo farci i conti.

PS aggiungo un paio di video a distanza di una decina di giorni.

Il primo video (anno zero, diviso in due parti) è interessante anche in relazione alle risposte che questo articolo ha avuto da un pubblico molto orientato come quello che frequenta il sito ufficiale di SEL: in entrambi i casi si tende a rifiutare l’analisi data dai protagonisti -gli studenti- di questo fenomeno -nuovo- infilandosi nella discussione violenza sì/no e alla fine nel caso di anno zero li si minaccia apertamente (versione becera delle istituzioni repubblicane offerte del ministro della difesa). Nel secondo video, una puntata settimanale dei corsivi di un giornalista di destra -democratica- come Travaglio: in questo caso si sente l’effetto della puntata di anno zero (era presente anche Travaglio) e si cerca di andare oltre questa visione, diventando rappresentativo di un tentativo di approccio alla situazione reale oggi esistente, leggibile in diversi articoli apparsi via via nei giorni successivi.

ANNO ZERO: 16 dicembre 2010

TRAVAGLIO – MINORITY GASPARRI: 20 dicembre 2010

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