Plan B

L’impressione è che siamo in tanti fermi allo stesso punto.

Anni di lavoro più o meno collaterale o integrato nei partiti del (centro)sinistra -in varie sigle ed etichette, mutazioni e fusioni a freddo o a caldo, di facciata o concrete- hanno prodotto pochi successi spesso effimeri, suprattutto a livello locale o con i referenda, ma un generale fallimento nel passo decisivo della rappresentanza istituzionale a livello nazionale: ignorato il lavoro di organizzazione o di studio proposto nei territori o sul lavoro, siamo diventati nostro malgrado il volto di una operazione di eterna tutela di un ceto politico esausto.

Risultato: l’austerity è ancora e sempre l’unica ricetta proposta e applicata per uscire dalla crisi e noi finiamo sempre più precari e sempre più disoccupati, privi di forza perché isolati.

Per cui la domanda -non nuova- da porsi è se c’è una via d’uscita.

Possiamo trasformare i partiti attuali da comitati elettorali a strutture di costruzione di rappresentanza e quindi uscire dalla marginalità politica, avere finalmente uno strumento che promuove l’organizzazione di chi non ha forza invece di esserne il semplice testimone (quando va bene)?

Il punto non è aggirabile: se vogliamo portare a casa dei risultati politici tangibili,i partiti devono funzionare. Le opzioni sono semplici: da un lato la tentazione distruttiva di buttar via tutto, con nuovo partito (oddio un altro!?!) e dall’altro la tentazione frustrante (pessimismo e fastidio!) che l’unica via realistica sia cercare di “aggiustare” i partiti esistenti, nei congressi, appoggiando il candidato X o Y e sperando che questo non rappresenti solo un cambio di volto nella preservazione di metodi ed agende ormai consolidate da troppi anni (e.g. Renzi e la simpatica sostituzione di un apparato vecchio con un’altro identico ma più giovane).

Servono dei vincoli: il potere di selezione va restituito ai molti e sottratto ai pochi funzionari -per evitare l’autopreservazione- e la determinazione di metodi ed obiettivi deve essere plurale e partecipata, per acquisire forza.

In questo senso, a prescindere dal partito di riferimento, se abbiamo tutti lo stesso problema, conviene lavorarci insieme: dobbiamo cercare un mezzo per trasformare i partiti o dobbiamo accettare il fatto che questi siano ormai irrimediabilmente disfunzionali e quindi intraprendere la strada della formazione di un nuovo partito. Non si sfugge: o una opzione, o l’altra… oppure rassegniamoci alla fuga (possibilmente molto lontano: com’è la Kamchakta in questa stagione?).

Negli ultimi 15 anni ci sono già stati altri tentativi di influenzare i partiti e modificarne gli assetti: sono falliti e ci si è trovati senza una alternativa. Per questo è il caso di partire direttamente con un “piano B”: strutturare un nuovo partito serve in parte per un valore coercitivo (la minaccia di una rottura nella speranza che basti a determinare un cambiamento), in parte per realismo: meglio avere aperte varie opzioni.

Non so se questa è una ipotesi realistica o meno, ma magari è il caso di parlarne apertamente e cercare delle soluzioni insieme.

 Bad water

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